Cos'è che ci distingue dagli animali? Qualcuno parlerà del pollice opponibile, qualcun altro tirerà in ballo il linguaggio, qualcun altro ancora affermerà che non c'è alcuna differenza tra l'uomo e gli altri animali, dato che siamo tutti parte del tutto Natura.
Grandi pensatori, da Aristotele in avanti fino ai moderni biologi, hanno tentato di dare una risposta a questa domanda.
Io penso che ciò che davvero ci rende esseri umani sia sognare.
Una risposta scontata? Un po' banale, diranno alcuni.
Mi piacerebbe tuttavia invitarvi a riflettere un attimo sulla portata incredibile del sogno. Innanzitutto, vorrei precisare che utilizzo il termine “sognare” nella sua accezione più ampia e ricca di significato: non mi riferisco soltanto ai sogni concepiti sotto le coperte, anzi, indico soprattutto quelli partoriti alla luce del sole, i sogni ad occhi aperti.
Sognare ad occhi aperti, insomma. Non è difficile a questo punto percepire il coro dei materialisti, le battute dei cinici, gli sberleffi di molti e il dubbio di tanti.
“Sognare ad occhi aperti? Un'attività inutile, dispendiosa, che non rende: una perdita di tempo!”: ecco cosa li sento dire. Prima ironici, poi con rabbia pretendono di richiamarti “con i piedi per terra”.
E invece no. Perché a terra si striscia, e invece noi siamo fatti per spiccare il volo e spiegare le ali.
E il motore sono i sogni. La propulsione si chiama fantasia, quel misterioso aspetto della natura umana che sta in bilico sul filo della realtà e si abbandona volentieri al cielo infinito dell'irreale.
Eh sì, perché i sogni sono fatti di questo: irrealtà. Non sono fatti di nulla, allora? Non è così, invece. È questo il lato più fantastico della mente umana: percepisce ciò che non c'è, plasma il futuro, costruisce castelli magnifici su fondamenta inesistenti.
L'arte, la letteratura, la filosofia e perfino la scienza, non sono altro che interpretazioni, costruzioni mentali della potenza sognatrice dell'uomo. Il sognare è la tensione che ci spinge avanti nel fiume del tempo, è la fonte da cui nasce il concetto stesso di futuro e da cui germinano i suoi figli “presente” e “passato”.
Il futuro è quella vaporosa sede verso cui convergono i desideri. E i desideri sono sempre espressioni di un bisogno di un quid che non abbiamo e che, perciò, non alberga nel nostro presente, ma abita nella regione del futuro, pascola nelle ampie distese del sogno.
Tuttavia, ciò che sarà è un incognita. Se qualcuno l'abbia deciso, se il “futuro sia scritto”, nessuno lo sa, certamente io preferirei non saperlo.
E come ogni cosa sconosciuta, l'incertezza del futuro mina le basi della nostra presente sicurezza. Sì, perché in ognuno di noi convivono due correnti: una tensione verso l'ignoto, verso la scoperta, verso il futuro, e un'altra che ci ancora a ciò che abbiamo, al passato, all'immobilità tranquillizzante della tradizione. Chiaramente questa è una semplificazione sicuramente eccessiva dell'animo umano, però penso che renda l'idea e spieghi a grandi linee almeno una parte del conflitto insito, più o meno consciamente, in ciascuno di noi.
Penso che si possa leggere l'intera storia umana utilizzando come chiave di lettura il rapporto tra queste due correnti, il rapporto realismo/sogno: in altre parole, possiamo tentare di percepire lo “spirito di un'epoca” osservando come i suoi abitanti si rapportavano con il sogno, con la fantasia, con l'immaginazione. Con il futuro.
Prendiamo due esempi: il basso medioevo e l'Illuminismo.
Nel basso medioevo la volontà del cambiamento, cioè la tensione verso il futuro, era, prevalentemente, soffocata da un piatto immobilismo, uno stato mentale collettivo che si rifletteva nell'economia di sussistenza, nella ristrettissima diffusione della cultura e in una serie di altri fattori che contribuivano a plasmare un “tipo antropologico” chiuso, tradizionalista, refrattario alle novità e immerso in un costante ed immutabile presente.
Analizziamo invece l'Illuminismo. Ci appare evidente una totale differenza in quello che abbiamo chiamato rapporto realismo/sogno: nella classe intellettuale e nella borghesia si era diffuso un forte ottimismo verso il futuro, una chiara volontà di migliorare la situazione e anche una dimensione rivoluzionaria che è infine sfociata, come sappiamo, nella rivoluzione francese con le sue grandi conquiste e, ricordiamolo, le sue inevitabili contraddizioni.
Ripeto, sono analisi molto generali e senz'altro poco approfondite, ma mi servono per mostrare come la chiave di lettura sia utile ed applicabile, perché essa scaturisce dall'analisi di alcune caratteristiche costanti dell'animo umano, come ho cercato di esporre all'inizio dell'articolo.
Ebbene, se noi ora volessimo volgere la nostra “lente del sogno” verso l'epoca contemporanea, verso il frangente storico in cui noi stessi viviamo, quali conclusioni potremmo trarne?
È doveroso premettere che analizzare l'oggi è molto più difficile che districare lo ieri, soprattutto perché molte informazioni non ci sono accessibili e non siamo nemmeno dotati di quel senso di distacco che ci consente una sorta di volo panoramico sul paesaggio storico, sulla sua selva di eventi e di rivoli che non sempre sono legati dal principio di causa ed effetto.
Detto questo, ciò che mi sembra di percepire è una generale paralisi del sognare. Parlando con le persone, e soprattutto con i giovani, con i ragazzi, emerge un pessimismo verso il futuro, un senso di de-responsabilizzazione (il solito “E che ci posso fare io?”) che è a dir poco inquietante. Se coloro che hanno tutta la vita davanti non provano interesse per essa, chi può farlo?
Se coloro che hanno in corpo tutte le energie non si impegnano per sé stessi, cosa ne sarà del futuro?
Percepisco una deriva intellettuale, un appiattimento, un'omologazione ed una sfiducia in sé stessi molto pericolosi. I grandi mutamenti nell'equilibrio internazionale, l'altalena dei poteri economici, l'ascesa di nuove superpotenze e il declino del vecchio occidente sono tutte sfide che, al contrario, necessitano di nuove energie, di menti fresche e di teste pensanti.
È il momento di svegliarsi. E ricominciare a sognare. Più forte che mai.