mercoledì, 22 luglio 2009

zoe

Nella città di Sofia hai due modi per raggiungere la tua destinazione: a piedi o volando.

Se voli arrivi senz'altro prima e più comodamente, puoi osservare tutto dall'alto, sfrecci veloce su comignoli tetti balconi altane. Ma se gli occhi vedono, la mente non registra: la stanza del cranio di chi vola è abitata da un unico ingombrante inquilino: la propria destinazione.

Se cammini, invece, ti muovi lento, inciampi nei cantieri, devii la tua strada fino ad arrotolare il filo dei tuoi passi in un gomitolo inestricabile di viuzze aiuole citofoni marciapiedi. E camminando magari capita che la destinazione lentamente ti scivoli via dalla mente, perché i pensieri si polverizzano, troppo cesellati dallo scalpello di palazzi bar cartelli impalcature. Allora ti fermi e osservi il pentagramma delle mattonelle di un muro silenzioso, mentre il profumo di un bazar solletica le tue narici.

Intanto, sopra di te, chi vola, vola sicuro e di Sofia conserva la mappa, la fotografia vista dall'alto. Ma la mappa non è la città, perché il cartografo non abita in nessun luogo.

Chi cammina, cammina incerto e di Sofia conserva l'impressione fugace diversa falsa, che Sofia non è. Perché l'impressione non è Sofia non più di quanto il tuo naso sia te.

Nella città di Sofia hai due modi per raggiungere la tua destinazione: a piedi o volando.

Ora, la domanda che ti pongo è questa: il viaggio di chi vola è migliore del viaggio di chi cammina? E, dei due viaggiatori, chi ha davvero raggiunto la propria meta?


Grazie a Italo Calvino...

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categoria:filosofia
mercoledì, 11 marzo 2009

magritteIntroduzione

Uno degli aspetti più interessanti del vivere sociale dell'uomo è il rapporto che lega il singolo con la società: le modalità con cui questo gioco si consuma cono utilissime per indagare più generalmente il rapporto tra il “sé” e l' “altro”, per illuminarne alcune dialettiche, certe dinamiche che possono essere ricondotte a determinate istanze fondamentali.

Ovviamente tali istanze hanno valore astratto, perché nella vita psicologica della coscienza singola queste tendenze si intrecciano, si mescolano, si amalgamano ed si fondono in molteplici tipi di interazioni.

Per indagare il rapporto Io/altri, soggetto/mondo abbiamo a disposizione la testimonianza letteraria di molti autori ed in particolare sono di maggiore utilità conoscitiva quelli che si concentrano sull'introspezione lirica, sulla riflessione interiore, coloro che redigono la “storia di un'anima”.

Nel panorama italiano ottocentesco l'esempio più efficace per i nostri interessi è l'opera di Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 – Napoli, 1837): l'evoluzione della sua poesia e della sua concezione del mondo ci fornisce una vasta gamma di quella modalità di rapporto Io/altri che ci proponiamo di indagare.


Modalità Zero: l'Io ripiegato

Ci troviamo di fronte al “grado zero” del rapporto Io/altri: il focus è totalmente concentrato sull'autoanalisi e la riflessione non si propone carattere universale: è il Leopardi dei “piccoli idilli”, è il Leopardi dell' “Io mi fingo” dell'Infinito. L'Io permane ripiegato sugli squarci della propria esperienza autobiografica e pertanto si esprime in termini intimistici.

Se la Modalità Zero risulta totalizzante nei rapporti dell'individuo con l'esterno essa può degenerare in una chiusura autistica che taglia ogni ponte con l'altro-da-sé.


I Modalità: Tensione Universale dell'Io

Tuttavia questo non avviene perché Leopardi, già nell'esperienza delle Canzoni, matura un processo di universalizzazione dell'Io: esemplare risulta l'Ultimo Canto di Saffo, in cui il soggetto lirico “noi” oscilla tra il pluralis majestatis e il noi inteso come equivalente di “umanità”.

L'universalizzazione dell'io trascina naturalmente con sé l'universalizzazione delle proprie credenze, della propria visione del mondo, che vuole assurgere a verità extra-individuale di cui l'Io è scopritore e non più creatore. Questa esternazione della propria concezione del reale ha un'importante funzione di rassicurazione e rinforzo delle proprie convinzioni, che si trasformano in oggettive: l'Io diviene allora profeta di una verità-altro-da-sé. È dunque inevitabile il conflitto con altre individualità, lo scontro con concezione del mondo diverse che rivendicano per sé la verità. Cioè estrania l'Io: è il suo momento di solitudine.


II Modalità: la Solitudine dell'Io

Il tema della solitudine, spia di questa modalità, è ampiamente presente nella produzione leopardiana, per esempio nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, nel Dialogo della Natura e di un Islandese e nel Canto Notturno di un Pastore errante dell'Asia centrale. Oltre ad una solitudine concretamente fisico-spaziale, si riscontra anche una solitudine di tipo intellettuale. L'Io però non si rassegna e traendo forza proprio dalla sua unicità distintiva, scatena la battaglia per le proprie idee. L'Io è pronto a fronteggiare la competizione agonistica contro qualcuno o qualcosa: perviene alla lotta titanica.


III Modalità: il Conflitto Titanico

La vena titanica ha una lunga tradizione in tutto il Romanticismo Europeo (cfr. I Masnadieri di Schiller) ed anche in ambito italiano ne troviamo esempi nelle opere di Alfieri e Foscolo, l' Ortis su tutte. La qualità che rende così attraente la prospettiva titanica è l'apparente sconfitta dell'eroe: in realtà, proprio attraverso il confronto conflittuale, l'Io celebra la potenza delle proprie idee, e la “sconfitta” apparente regala una “vittoria” in un ambito superiore.

Leopardi sviluppa la tematica titanica soprattutto nell'ultima fase del suo pensiero, nelle opere che possono considerarsi il suo “testamento spirituale”: il Dialogo di Tristano e di un Amico per la prosa e la Ginestra per la poesia. Nel primo testo il poeta polemizza aspramente contro chi professa una visione ottimistica, ingenua, della realtà e della Natura, schernendo in particolare coloro che osano attribuire il pessimismo dell'autore alla sua infermità fisica. Qui lo scontro tra Io e altri è condotto sia con le armi dell'ironia (falsa palinodia delle proprie convinzioni) sia con la stringente argomentazione razionale: l'Io mette in campo tutte le proprie facoltà per difendere ciò che pretende essere la verità. In effetti, questa è una difesa vitale, perché deve assicurare la sopravvivenza del cardine della propria interpretazione del mondo: se questo cedesse, l'Io vedrebbe annullata la propria unicità e quindi sarebbe annichilito sé medesimo.

Ne la Ginestra Leopardi avanza ulteriormente nel proprio pensiero, fino a giungere ad una conciliazione fra Io e altri che trova espressione nella quarta modalità.


IV Modalità: Universo a Misura dell'io o Trionfo Narcisistico

In questo testo, infatti, Leopardi propone, come “tampone” o antidoto alla sofferenza dell'uomo (che poi è la sua sofferenza) la consociazione di tutti gli esseri umani contro il comune nemico, la “Natura matrigna”.

Notiamo però che tale associazione solidaristica in vista della “guerra comune” (cfr. vv 129-135) è possibile soltanto se le altre coscienza abbandoneranno il proprio sistema interpretativo del mondo per abbracciare quello caratteristico di Leopardi: in altre parole, la solidarietà di tutti si fonda su una conformazione di tutti all'idea dell'Io.

Trova così sfogo l'estremo desiderio della sua componente narcisistica: la negazione del proprio alterarsi in funzione del mondo e l'alterazione del mondo in funzione di sé. In questo senso parliamo di universo a misura dell'Io.


Conclusioni

Come precisato in partenza, la modalità sopra espresse sono entità astratte e senz'altro l'Io persegue alcuni desideri (come l'estrema “ego-formazione” narcisistica dell'universo) in maniera inconscia e le osservazioni riportate nell'articolo non intendono assolutamente sminuire la concezione del mondo leopardiana: lo scopo era quello di mostrare sotto una diversa ottica, un'ottica dinamica, dialettica, evolutiva, psichico-esistenziale, lo sviluppo di un pensiero che ha, indipendentemente da quanto qui scritto, dei caratteri geniali e di grande profondità umana e filosofica. Ovviamente, anche la concezione qui esposta rientra nel desiderio di “affermazione” (volontà di potenza) proprio di chi scrive, e pertanto ha valore soggettivo (cfr. modalità I, II, III e IV)

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categoria:cultura, filosofia
lunedì, 16 febbraio 2009

blablaGiardino dell'Eden, Inizio dei Tempi (minuto più, minuto meno) – dal nostro inviato. Angelici lettori e lettrici, giungono importanti novità circa l'ultimo affare capitato sotto gli occhi della Direzione – il cosiddetto “affare Uomo”. Nonostante la diffidenza espressa nelle ultime decine di migliaia di anni da molte Cerchie Angeliche, il Capo ha insistito nella supervisione di ciò che per molti non è altro che una curiosa perdita di tempo. Il Capo ha ufficialmente dichiarato, al contrario, che questo “scherzo dell'evoluzione naturale” è qualcosa di notevole, a cui destinare un'ingente quantità di attenzione (e di fondi dei contribuenti). Ripercorriamo brevemente le principali tappe dell'Affare Uomo.

Tutto è iniziato nel continente africano, quando un nuovo ceppo di “ominide”, affettuosamente soprannominata dal Capo “Adamo”, ha iniziato una lenta evoluzione. Nonostante le molte tare corporee di questo primate senza pelliccia (tare che avevano suscitato una certa ilarità nelle Cerchie, dove pare che qualche cinico avesse organizzato un giro di scommesse su quale predatore lo avrebbe divorato per primo) dicevamo, nonostante le mancanze a livello strutturale, o forse proprio a causa di esse, Adamo si è dimostrato superiore a molti avversari biologici, giungendo addirittura a guadagnarsi i primi posti sul podio dei cacciatori. Seppure qualche maldicenza attribuisca questo successo agli interventi della Direzione, dall'Alto negano di averlo in qualche modo favorito.

Comunque sia, l'Uomo, passando attraverso vari stadi, ha sviluppato una serie di tecniche nuove che senz'altro meritano il plauso delle Cerchie: dopo la conquista della posizione eretta su due arti, ha imparato lentamente a maneggiare strumenti rudimentali per aumentare i propri successi nel reperimento del cibo, tanto che la struttura della mano di Adamo si è modificata fino a produrre un pollice “opponibile” adatto ad afferrare oggetti esterni. Potenziando la sua precedente eredità di primate, Adamo ha aumentato esponenzialmente il suo numero di relazioni con elementi della sua specie, cioè la sua socialità, fino a generare quella che, secondo il Capo, è la maggior invenzione di Adamo: il Linguaggio, una novità assoluta nella storia dell'universo.

Il Linguaggio è il più efficace strumento di rapporto che Adamo possieda per relazionarsi sia con l'esterno, con l'altro da sé, sia con il suo interno, cioè il sé.

Nella storia dell'evoluzione naturale si erano già sviluppati sistemi di comunicazione tra esseri differenti, e ci si potrebbe chiedere perché Adamo non si sia fermato a semplici sistemi di versi atti a proiettare istantaneamente la sfera istintivo-emozionale del singolo verso l'esterno, com'è stata la scelta evolutiva di altre specie.

In realtà, anche l'ancestrale sistema umano è nato da questo primigenio istinto di comunicazione sociale: anche Adamo, quando si feriva o si trovava in pericolo, emetteva versi sonori per avvertire gli altri elementi della comunità, cioè per accrescerne le possibilità di sopravvivenza.

Quando poi Adamo ha conquistato la posizione eretta, una nuova prospettiva si è aperta di fronte ai suoi organi di senso, ed in particolare il numero di dati visivi si è moltiplicato enormemente, costringendolo ad un maggiore stress intellettivo.

Sono allora nate le prime “parole”, oggetti difficilmente comprensibili per la struttura della nostra mente: esse erano un intreccio inestricabile di diversi elementi, un magma dove confluivano e si compenetravano il momento emotivo interiore e l'esigenza di comunicazione con il resto della comunità. Quest'ultimo poi si concretizzava, simultaneamente, sia nell'espressione sonora che nel sistema di gestualità corporea; il tutto serviva a moltiplicare il numero di canali utili a comunicare il messaggio: un messaggio di natura polisemica e che trascinava con sé una quantità di associazioni sensoriali molto concrete come “felicità” o “dolore” o “rabbia”, ecc.

Le prime “parole” (o meglio, la loro componente fonetica) erano solo vagamente arbitrarie come nella nostra lingua, ma erano un amalgama di verso emotivo, gesto e un embrionale nucleo di idea astratta. Era questo nucleo astratto a consentire il legame della “parola” con diversi schemi di mondo esterno, accomunati da una “radice” comune di somiglianza. Per fare un esempio, quando un elemento del gruppo avvistava e riconosceva un rifugio (schema di dati sensili esterni) e intendeva comunicarlo alla comunità, pronunciava sia l'aspetto fonetico della parola “caverna”, sia attuava l'atteggiamento corporeo (gesti, mimica facciale, ecc.) che ne era parte integrante, cosicché risultasse comprensibile il messaggio “caverna = riparo, felicità, riposo, piacere” in tutte le sue possibili accezioni, sfumature e associazioni sensoriali.

Un altro aspetto interessante del Linguaggio delle Origini è la sua natura in parte sociale ed in parte elitaria. La dimensione sociale entra in gioco nel momento in cui la “parola” (nel significato esteso che abbiamo visto) è codificata come rito sociale, come elemento unificatore e fondante della comunità, che nell'espressione delle “parole” trova un momento corale, “catartico”, di intima comunione sociale.

La dimensione elitaria si concretizza invece nel dominio che pochi individui hanno riguardo al processo creativo del linguaggio, cioè all' “invenzione” di nuove parole. Questi elementi particolari della comunità rivestono un ruolo di notevole potere perché sono in grado di consegnare al gruppo il nome delle cose, sono in grado di nominare il mondo, cioè hanno il “dono” di parcellizzare il molteplice divenire dell'esperienza sensibile in un insieme finito di elementi singoli semplici e rassicuranti, in grado di tranquillizzare l'individuo frastornato dal caotico insieme di eventi provenienti sia dall'ambiente esterno che dalla sua sfera interiore.

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categoria:cultura, filosofia
lunedì, 29 dicembre 2008
marx

Sera del ventitré dicembre: l'anti-vigilia di Natale.

Mentre affondo i denti in una soffice fetta di Pandoro rifinisco gli ultimi addobbi. Sbuffo una piccola nuvoletta di zucchero candido e guardo fuori dalla finestra. Oltre i doppi vetri, all'esterno, dove non arriva il tepore del fuoco che scoppietta nel camino, una leggera coltre gelida di nebbia ghiacciata sta allungando le sue dita scheletriche sulle ombre proiettate dai lampioni. Un brivido mi attraversa la schiena e mi volto verso le tinte calde e soffuse del salotto, imbracciando un pesante piumino dentro il quale mi avvolgo voluttuosamente, afferrando il libro che giace sul tavolino di fianco. Immerso nell'abbraccio della coperta, con lo stereo che sgocciola le dolci note dei Dire Straits, affondo gli occhi nelle pagine. Lentamente, le righe si intrecciano, le lettere danzano con il fuoco, si fondono con la musica, ed infine svaniscono...

...

TUMP!

Tud!

Ahi!”

Apro gli occhi. Il salotto è immerso in una calda oscurità. Realizzo di essermi addormentato sul divano. Lancio una veloce occhiata all'orologio: mezzanotte passata. L'ora dei fantasmi. Ma i fantasmi non dicono “Ahia”, di solito. Immobile nel buio, tendo l'orecchio e trattengo il respiro.

TUM!

Viene dal camino, ne sono sicuro. Dopo qualche secondo, la canna fumaria starnutisce un manciata di fuliggine. Mi alzo senza fare rumore e impugno silenziosamente una delle palette di ferro del camino. Sono abbastanza perplesso, però. Quale ladro si calerebbe dal camino? E con le braci ancora roventi sotto la cenere, oltretutto! Mentre attendo ulteriori sviluppi, incrocio con lo sguardo il calendario dell'avvento, affisso sulla parete nella semioscurità.

...Che sia in anticipo?

Ma non ho tempo per ulteriori riflessioni: con un trambusto micidiale, tra pezzi di calcestruzzo, foglie secche e tocchi di cenere, una grossa sagoma piomba pesantemente nel focolare. Un polverone mi investe, assieme ad un urlo epico. A occhio e croce, causato dalle braci ancora ustionanti.

Una figura scura emerge dalla fuliggine tenendosi il fondoschiena tra la mani. Corre di qua e di là, nel mio salotto, senza accorgersi minimamente di me. Sta imprecando in una lingua che non conosco. Io però sono troppo stupito per fare qualsiasi cosa.

Il ritratto è inconfondibile, da quando siamo bambini sappiamo tutti com'è fatto: una grossa pancia, un'imponente barba bianca, i capelli bianchi non lasciano spazio a dubbi.

Babbo Natale!” esclamo con un tremito nella voce.

Babbo Natale smette di massaggiarsi e finalmente nota di non essere da solo. Mi fissa con due occhi penetranti, poi prorompe:

Ma che Santa Klaus! Sono Karl Marx!

...

“Grazie mille”

Marx ringrazia burbero mentre afferra la tazza di Tè che gli porgo. Io sorseggio la mia, nella ferma convinzione che avrei bisogno di qualcosa di ben più forte. Abbasso gli occhi e esordisco imbarazzato:

Credevo fossi morto...”

L'anziano filosofo si liscia la folta barba con una mano e punta lo sguardo lontano:

“Già...questa è l'opinione di molti...

China il capo e mi sembra di scorgere il peso della Storia che si rovescia su quelle possenti spalle. Che stanno vacillando. Le sue parole sono velate di tristezza:

“Nel nome del comunismo sono state commesse stragi, sono state proclamate dittature, sono stati innalzati dittatori, tiranni hanno strappato il potere al popolo. Non è questo quello che avevo in mente.”

Marx si alza e si dirige verso la finestra. Fissa il proprio sguardo nella notte fredda, nella quale ghiacciati fiocchi di neve turbinano come fantasmi.

“Mi sono sempre rifiutato di prescrivere ricette per l'osteria del futuro. Però non è questo il mondo che avevo previsto. Il Capitalismo si è trasformato. Il proletariato si è assottigliato, mentre la classe media si è espansa e la società non è diventata una piramide come pensavo, piuttosto assomiglia ad una cipolla.”

Mi avvicino al filosofo, e getto anch'io lo sguardo nell'oscurità, mentre soppeso le parole che pronuncio:

“Il Capitalismo ha cambiato forma, ma la sostanza è la stessa: lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è rimasto immutato. Un miliardo di ricchi schiaccia cinque miliardi di poveri, dei quali oltre un miliardo vive sotto la soglia di povertà di un dollaro al giorno. Ma noi cosa ci possiamo fare, non abbiamo potere, cioè non abbiamo soldi. La nostra voce rimarrà inascoltata. È inutile combattere una battaglia persa in partenza.

Marx si volta di scatto e mi pianta gli occhi diritti nei miei. Non riesco a reggere quello sguardo.

“Dunque è questo lo spirito che infesta questo secolo? Un realismo che ha sapore di rassegnazione! Il mondo si può cambiare, non è mai troppo tardi per coltivare una speranza. Noi abbiamo l'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l'uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato e spregevole! Questa è una battaglia persa? Questa è l'unica battaglia degna di essere combattuta! Ho dedicato tutta la mia vita, tutta la mia attività teorica e pratica, alla grande tensione ideale di una metamorfosi dell'uomo e della società!”

Vorrebbe aggiungere altro, ma interrompe il suo slancio e china gli occhi. Sta pensando che forse sono parole inutili, forse sono discorsi inadatti per quest'epoca.

Eppure c'è qualcosa in quelle idee che ha fatto breccia, almeno dentro di me, e mi accorgo che quell'uomo non è affatto morto. La società è cambiata, il capitalismo è diventato più feroce e più subdolo e gli abbiamo permesso di divorare tanti sogni.

Ma non tutto è perduto.

Appoggio la mia mano sulla spalla di Marx. Lui si volta, ci guardiamo negli occhi.

I Filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo.”

E lo trasformeremo!

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categoria:filosofia, attualità, sognare politica
sabato, 22 novembre 2008

salvador-daliTic tac...tic tac...tic tac...

Un orologio.

Tic tac...tic tac...tic tac...

Le Poste di Segrate centro.

Tic tac...tic tac...tic tac...

La marea umana bofonchiante, il piccolo impiegato che la affronta con olimpica lentezza, il proprio turno che si staglia lì, in lontananza, sul limitare dell'infinito: è in momenti come questi, proprio quando non vuole saperne di passare, che comprendo quanto sia centrale il Tempo. Una questione pesante, quasi quanto il pacco (“urgentissimo, mi raccomando!”) da spedire a mia sorella in Scozia.

La noia, specie alle Poste, è strettamente imparentata con il Tempo. Rigiro il pacco tra le mani: ho bisogno di un salvagente che mi salvi dalla situazione! Fantasia, ecco, sì: potrebbe essere un efficace panacea contro la noia che si sta impossessando di me.

E “fantasia” da sempre fa rima con “filosofia”...

Allora mi volto e scorgo, poco più avanti a me, un uomo anziano in tunica e folta barba bianca: sguardo penetrante, fissa intensamente la schiena della signora davanti. Probabilmente lo ha appena superato nella coda. Lui si chiede com'è possibile, ha addirittura tre nomi: Lucio Anneo Seneca! Intanto sbuffa spazientito e si accorge di me. Mi si avvicina, dando finalmente sfogo alle sue lamentele: “Capita sempre così, quando sei la fantasia di qualcun altro: il volgo ti supera adducendo la banale scusa che 'non esisti', per Ercole!”

“Non dirlo a me! - Interviene un alto prelato alla mia destra: in carne, ossa, barbone grigio e pastorale vescovile ecco S.Agostino di Ippona che si districa tra la folla incurante – non c'è più rispetto neppure per i santi!”

“Per forza, Dio è morto!” squittisce un omino dai folti baffoni e le pupille che schizzano frenetiche da un angolo all'altro. Nietzsche ha fatto la sua entrata in scena. Agostino apre la bocca per controbattere con fiero cipiglio, ma alzo in fretta la mano per zittire l'imminente (e poco cortese, probabilmente) diatriba filosofica. Manca infatti ancora un ultimo attore...

“Eccomi qua, scusate il ritardo” eccolo qua, il trafelato Henri Bergson che si inserisce, tergendosi la fronte madida, nel piccolo circolo.

Bene, la giuria è riunita, manca soltanto l'imputato. Tremolante ed impaurito, l'orologio sulla parete si squaglia (Dalì e i suoi baffetti: li scorgo per un attimo) e zampetta fino al centro del circolo con un sommesso ed imbarazzato tic-tac. Si ferma sotto gli sguardi incuriositi, e sospira: “Sono duemila e passa anni che mi interrogate...eccomi qua: io sono il Tempo.”

Agostino lo fulmina subito: “Mettiamo in chiaro una cosa: tu non esisti. Sei fatto di ciò che non è più (il passato), di ciò che non ha durata (il presente) e di ciò che non è ancora (il futuro). Direi che tu esisti soltanto se c'è qualcuno che ti percepisce sotto la forma del mutamento. Il Tempo esiste in funzione dell'anima – batte con l'indice le Confessiones che ha fatto emergere dal risvolto della veste – il Tempo è distensio animi. Per Dio – Nietzsche storce la bocca – il Tempo non esiste: Egli è infatti eternità immutabile. Il Tempo esiste solo per noi creature soggette al mutamento.”

Seneca scuote la testa, poi afferma solennemente: “Stiamo sbagliando punto di vista, credo. Cosa importa in fondo se il Tempo esista oggettivamente o meno! Piuttosto è importante l'uso che se ne fa, la prospettiva morale del Tempo. Secondo il volgo, ad esempio, la vita è breve e il tempo concesso a noi mortali insufficiente. La verità è che non abbiamo poco tempo, ma molto ne perdiamo! Ne sprechiamo a palate, ora facendo male, ora non facendo nulla, sempre facendo altro! Viviamo, affaccendati dalle mille futili preoccupazioni della vita, aggiogati, torchiati dal presente. Il saggio, al contrario, ecco come si comporta con il Tempo: lo riunisce in un tutt'uno e lo investe nel modo corretto, cioè nella ricerca della saggezza. I secoli allora si inchinano a lui come ad un dio! Il Tempo è perciò un discorso morale, prima che fisico.” sentenzia infine.

Nietzsche sogghigna ed afferra la palla al balzo: “Mi piace l'idea del saggio, ma spingiamoci oltre. Per l'oltreuomo il Tempo non è una retta che corre all'infinito, verso una direzione, bensì un circolo, che ripiega eternamente su sé stesso: è l'eterno ritorno, è l'uroburos, il serpente che si mangia la coda. La verità è curva! Il Tempo consta di attimi, tutti al servizio dell'oltreuomo, che li domina e li vive totalmente nella loro dimensione sensuale! Così parlò Zarathustra!”

Dubbioso, Bergson interviene con calma: “Scusate, ma penso che ci siamo scordati di un fattore molto importante! Ci sono due prospettive sotto le quali possiamo guardare il Tempo: da un parte c'è la visione della Scienza, e della fisica in particolare, che presuppone un tempo oggettivo, che può essere misurato, che può essere ridotto a numero e in un certo senso “spazializzato”. Diversa prospettiva è quella della coscienza, che vede il Tempo sotto la forma della durata. Infatti il dato immediato che la coscienza ha del Tempo è qualcosa di continuo, non frammentato, non “parcellizzato”, irripetibile: come in una musica, dove non percepiamo singoli attimi, ma un flusso continuo di note. Se lo spezzassimo, il brano cesserebbe, di fatto, di essere musica. Insomma, riflettiamo su questa distinzione tra tempo scientifico e durata della coscienza!”

Il piccolo orologio sorride con le lancette, mentre pensa che la fisica quantistica ha messo gambe all'aria non solo il senso comune, ma perfino le idee degli scienziati: per una particella elementare andare avanti o indietro nel tempo non è più difficile che svoltare a destra o a sinistra nello spazio!

Lo osservo bene, e penso di comprendere le ragioni di quell'aria così compiaciuta: sa benissimo di essere ancora, dopo secoli di scienza e filosofia, un gran bel mistero insoluto, una di quelle fonti eterne di interrogativi che nessuna risposta riuscirà mai a prosciugare.

Il Tempo è nato? Il Tempo morirà? Il passato esiste da qualche parte oltre alla memoria degli uomini? E il futuro? È già scritto? Il Tempo della Scienza e la Durata della Coscienza sono davvero totalmente scissi o forse sono in qualche modo sotterraneo intimamente connessi? Il Tempo è o il Tempo appare? Se non ci fosse mutamento, esisterebbe ancora o no? Nell'eternità scorre il Tempo?

Il vecchio orologio se ne sta lì, mentre i “saggi” uomini dibattono e litigano sopra di lui.

Il vecchio orologio sta lì, e se la ride...

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categoria:filosofia
martedì, 07 ottobre 2008

KantQuelli che, come me, abitano nell'hinterland milanese dalle parti di Segrate, Redecesio o Lavanderie, conosceranno forse la linea interurbana 924 dell'Atm, l'Azienda di Trasporti Milanese. Essa collega il comune di Segrate con la Stazione di Lambrate FS passando attraverso il Villaggio Ambrosiano, Rovagnasco, Segrate Centro, Redecesio, Lavanderie, Rimembranze di Lambrate ed, infine, Piazzale Bottini, dove si trova il capolinea.

Tempo di percorrenza: 30 minuti senza traffico, oltre tre quarti d'ora nell'orario di punta mattutina. Va da sé che in un tragitto così noiosamente lungo, ci si ingegni per passare il tempo.

Un pomeriggio di qualche giorno fa, ad esempio, mi è capitata una strana avventura.

Come innumerevoli altre volte, salgo alla mia fermata (il capolinea!) e mi siedo in un posto libero, attendendo che il carrozzone si metta in moto tra sbuffi, cigolii, ondeggiamenti, tremolii e un vero e proprio concerto di rumori meccanici, immancabile colonna sonora dell'intera tratta.

Il mio sguardo girovaga tra il paesaggio monotono delle vie, rimbalza un po' sui volti di quel minestrone di umanità che, come me, passa le mezz'ore della vita sui mezzi pubblici, ed infine incrocia la smorfia gialla della macchinetta che timbra i biglietti, il cui altisonante nome, dizionario alla mano, è “obliteratrice”.

Sollecitato da quella meccanica visione, infilo la mano in tasca, prendo il portafoglio e ne estraggo un biglietto da ben 1 euro e 55 centesimi (tratta interurbana). Scivolo pigramente fuori dal mio posto e, capitombolando tra uno scossone e l'altro, giungo fino alla bocca inespressiva del congegno.

E lì, dalle anticamere della mente, si insinua nella mia testa una vocina piccola piccola che mi sussurra un dubbio.

Ma, insomma, perché dovrei timbrare il biglietto? Alla fine i controllori sono pochi, e certo non sono in servizio a quest'ora del pomeriggio...dai, oggi non lo timbro e lo tengo buono per la prossima volta. Che male c'è?

Sono immobile davanti alla macchinetta, con questa vocina mielosa che mi impregna il cervello e cola un po' dappertutto, sciogliendo il guscio della quotidianità con la sua insistente domanda. Le sue paroline si infilano nei gangli della mia testa e toccano una cosa molto personale: ce l'abbiamo tutti, anche se non tutti ne siamo ugualmente consapevoli. Si chiama “etica”.

Un nome pomposo, decisamente, ma che entra in gioco tutti i giorni. Ad esempio quando si tratta di pagare o meno il biglietto dell'autobus.

Rinfodero il biglietto e decido di ritornare al mio posto per riflettere bene.

E chi vi trovo ad aspettarmi, accoccolato nel suo metro e cinquanta scarso di statura, con un sorrisetto stampato sul volto affilato e due occhietti furbi e penetranti? Immanuel Kant, in persona!

Mi saluta e con un cenno della mano mi invita a sedermi sul sedile a fianco. Accetto l'invito, gli stringo la mano e cerco un argomento adeguatamente complicato ed oscuro per mostrarmi all'altezza del mio interlocutore. E invece, l'unica cosa che mi rotola fuori dalla bocca, come se fosse stata composta dalla mia lingua senza l'ausilio del cervello, risulta essere: “Ma lei l'ha pagato il biglietto?”.

L'omino sorride, poi corruga l'ampia fronte e afferma: “Domanda interessante!”

Kant si accomoda meglio sul sedile, mi sbircia con sguardo penetrante, e continua: “Beh, insomma, la filosofia nasce anche così! Siamo un po' tutti filosofi, quando abbiamo un problema davanti e tentiamo di rispondervi. Qualsiasi problema è degno di nota, perché ogni domanda è una porta che spalanca un mondo. Ad esempio, guarda qua – Kant mi mostra il suo biglietto: Konigsberg 1864 – Segrate, linea 924, 2008 - anch'io ho il biglietto, proprio come te, e devo decidere se timbrarlo o no. Sono cioè di fronte ad una scelta. Cosa fare? Ci sono varie risposte. Per esempio, potrei obliterarlo perché, se non lo facessi, il controllore mi farebbe la multa. Oppure potrei timbrarlo soltanto questa volta e rinunciare a darmi una regola generale, rimandando il problema alla prossima volta. Ammetto che questa soluzione mi attira, perché così almeno sarei impegnato per le prossime noiose mezz'ore.”

In effetti, quella poteva essere un'idea, annuisco io. Però non potevo farmi sfuggire Immanuel Kant in persona, quindi tanto valeva sfruttarlo un po' per ricavare una norma generale di comportamento. Insomma, su quell'autobus stavo giocando la partita per la mia etica personale. Mica uno scherzo, no? Comunque, Kant aveva già ripreso a parlare, e dovevo stargli dietro, anche perché ormai eravamo già a Redecesio, non mancava poi così molto all'arrivo:

“L'ultima possibilità che di cui ti ho parlato potrei chiamarla massima. Vale soltanto per me, Immanuel Kant, o per te, e non ha la pretesa di avere un valore universale. Però, se esiste una 'legge morale' con cui regolarci in materia di obliterazione di biglietti, non può essere questa la strada da percorrere. Potrei allora optare per una sorta di imperativo, un comando escogitato dalla mia ragione atto a regolare la mia vita. Questa prescrizione potrebbe essere del tipo: 'devo timbrare il biglietto, perché, se non lo facessi, incorrerei nella multa'. Ci sono un sacco di regole morali impostate sulla forma 'Se...devi'. Però sono terribilmente zoppe, non trovi?”

La smorfia dubbiosa dipinta sul mio volto era abbastanza eloquente. Perché un “Se...devi” non dovrebbe andar bene? In fondo, le leggi prevedono sempre una punizione se le si infrange, e inoltre mi piace pensare che alla fine ci sia un premio per le azioni giuste.

Kant annuisce, ma risponde: “Sono cose vere, però un'azione fatta solo perché c'è un premio o una punizione non è disinteressata, ma piuttosto la definirei utilitaristica. E qualcosa di utilitaristico stona con la mia concezione di morale. L'azione morale dovrebbe invece essere autonoma, slegata, insomma 'pura' e completamente 'altruistica'.”

E come dargli torto? Mi sentivo un po' un vigliacco: insomma, non fare qualcosa soltanto perché c'è una punizione non è molto coraggioso. E fare qualcos'altro solo perché c'è un premio mi fa sentire o un'ipocrita o il classico asinello che segue la carota.

Ma l'omino è gioviale e rinnova ancora il suo sorriso affabile:

Rimane un'ultima strada da percorrere: timbrare il biglietto perché è giusto timbrare il biglietto. Sembra un paradosso, lo ammetto, ma il 'dovere per il dovere' è l'unica soluzione davvero altruista e davvero giusta.”

Questa storia del “Dovere per il Dovere” mi suonava molto rigida, quasi un po' troppo rigorosa. E poi come facevo a decidere nella vita quotidiana se qualcosa era giusto o meno? Non l'avevo ancora capito!

Beh, è una risposta davvero lunga, complessa e difficile...e forse non esiste neppure! Però puoi porti questa domanda: 'Se tutti facessero come faccio io, si starebbe bene?' Se nessuno pagasse il biglietto, ad esempio, che ne sarebbe del servizio?”

Borbotto qualche parola smozzicata, osservando il mio famoso biglietto, poi però decido che l'omino ha ragione. Sorrido, mi alzo e oblitero il protagonista di questa storia. Ormai siamo praticamente arrivati, stiamo costeggiando la rotonda di Rimembranze di Lambrate. Però c'è tempo per un ultima domanda: “Tuttavia, avrei potuto sempre non timbrare il biglietto...come la mettiamo?”

Kant mi fissa con i suoi penetranti occhi castani, e poi mi risponde: “Naturalmente. La Libertà è il presupposto di ogni etica. Quindi la Libertà è prendersi la responsabilità delle proprie azioni, la Libertà è agire dopo aver pensato e riflettuto...insomma, la Libertà è faticosa e bisogna sudarsela! Ma, ricordati, che essa rimane il più alto valore umano...”

Fssssh! Le porte si aprono con un fischio. Mi sveglio di soprassalto stropicciandomi gli occhi e mi volto a destra e a sinistra per vedere dove fosse finito Kant. Poi mi metto a ridere e realizzo che è stato tutto un sogno, un buffo sogno dettato dalla verifica di filosofia del giorno dopo. Scendo dalla 924, mi avvio verso la metropolitana e infilo una mano in tasca. Ci trovo qualcosa: un biglietto.

C'era scritto: “Konigsberg, 1864 – Segrate, linea 924, 2008”.

Ed era timbrato.


postato da: vanghelis alle ore 13:46 | Permalink | commenti (13)
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