mercoledì, 11 marzo 2009

magritteIntroduzione

Uno degli aspetti più interessanti del vivere sociale dell'uomo è il rapporto che lega il singolo con la società: le modalità con cui questo gioco si consuma cono utilissime per indagare più generalmente il rapporto tra il “sé” e l' “altro”, per illuminarne alcune dialettiche, certe dinamiche che possono essere ricondotte a determinate istanze fondamentali.

Ovviamente tali istanze hanno valore astratto, perché nella vita psicologica della coscienza singola queste tendenze si intrecciano, si mescolano, si amalgamano ed si fondono in molteplici tipi di interazioni.

Per indagare il rapporto Io/altri, soggetto/mondo abbiamo a disposizione la testimonianza letteraria di molti autori ed in particolare sono di maggiore utilità conoscitiva quelli che si concentrano sull'introspezione lirica, sulla riflessione interiore, coloro che redigono la “storia di un'anima”.

Nel panorama italiano ottocentesco l'esempio più efficace per i nostri interessi è l'opera di Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 – Napoli, 1837): l'evoluzione della sua poesia e della sua concezione del mondo ci fornisce una vasta gamma di quella modalità di rapporto Io/altri che ci proponiamo di indagare.


Modalità Zero: l'Io ripiegato

Ci troviamo di fronte al “grado zero” del rapporto Io/altri: il focus è totalmente concentrato sull'autoanalisi e la riflessione non si propone carattere universale: è il Leopardi dei “piccoli idilli”, è il Leopardi dell' “Io mi fingo” dell'Infinito. L'Io permane ripiegato sugli squarci della propria esperienza autobiografica e pertanto si esprime in termini intimistici.

Se la Modalità Zero risulta totalizzante nei rapporti dell'individuo con l'esterno essa può degenerare in una chiusura autistica che taglia ogni ponte con l'altro-da-sé.


I Modalità: Tensione Universale dell'Io

Tuttavia questo non avviene perché Leopardi, già nell'esperienza delle Canzoni, matura un processo di universalizzazione dell'Io: esemplare risulta l'Ultimo Canto di Saffo, in cui il soggetto lirico “noi” oscilla tra il pluralis majestatis e il noi inteso come equivalente di “umanità”.

L'universalizzazione dell'io trascina naturalmente con sé l'universalizzazione delle proprie credenze, della propria visione del mondo, che vuole assurgere a verità extra-individuale di cui l'Io è scopritore e non più creatore. Questa esternazione della propria concezione del reale ha un'importante funzione di rassicurazione e rinforzo delle proprie convinzioni, che si trasformano in oggettive: l'Io diviene allora profeta di una verità-altro-da-sé. È dunque inevitabile il conflitto con altre individualità, lo scontro con concezione del mondo diverse che rivendicano per sé la verità. Cioè estrania l'Io: è il suo momento di solitudine.


II Modalità: la Solitudine dell'Io

Il tema della solitudine, spia di questa modalità, è ampiamente presente nella produzione leopardiana, per esempio nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, nel Dialogo della Natura e di un Islandese e nel Canto Notturno di un Pastore errante dell'Asia centrale. Oltre ad una solitudine concretamente fisico-spaziale, si riscontra anche una solitudine di tipo intellettuale. L'Io però non si rassegna e traendo forza proprio dalla sua unicità distintiva, scatena la battaglia per le proprie idee. L'Io è pronto a fronteggiare la competizione agonistica contro qualcuno o qualcosa: perviene alla lotta titanica.


III Modalità: il Conflitto Titanico

La vena titanica ha una lunga tradizione in tutto il Romanticismo Europeo (cfr. I Masnadieri di Schiller) ed anche in ambito italiano ne troviamo esempi nelle opere di Alfieri e Foscolo, l' Ortis su tutte. La qualità che rende così attraente la prospettiva titanica è l'apparente sconfitta dell'eroe: in realtà, proprio attraverso il confronto conflittuale, l'Io celebra la potenza delle proprie idee, e la “sconfitta” apparente regala una “vittoria” in un ambito superiore.

Leopardi sviluppa la tematica titanica soprattutto nell'ultima fase del suo pensiero, nelle opere che possono considerarsi il suo “testamento spirituale”: il Dialogo di Tristano e di un Amico per la prosa e la Ginestra per la poesia. Nel primo testo il poeta polemizza aspramente contro chi professa una visione ottimistica, ingenua, della realtà e della Natura, schernendo in particolare coloro che osano attribuire il pessimismo dell'autore alla sua infermità fisica. Qui lo scontro tra Io e altri è condotto sia con le armi dell'ironia (falsa palinodia delle proprie convinzioni) sia con la stringente argomentazione razionale: l'Io mette in campo tutte le proprie facoltà per difendere ciò che pretende essere la verità. In effetti, questa è una difesa vitale, perché deve assicurare la sopravvivenza del cardine della propria interpretazione del mondo: se questo cedesse, l'Io vedrebbe annullata la propria unicità e quindi sarebbe annichilito sé medesimo.

Ne la Ginestra Leopardi avanza ulteriormente nel proprio pensiero, fino a giungere ad una conciliazione fra Io e altri che trova espressione nella quarta modalità.


IV Modalità: Universo a Misura dell'io o Trionfo Narcisistico

In questo testo, infatti, Leopardi propone, come “tampone” o antidoto alla sofferenza dell'uomo (che poi è la sua sofferenza) la consociazione di tutti gli esseri umani contro il comune nemico, la “Natura matrigna”.

Notiamo però che tale associazione solidaristica in vista della “guerra comune” (cfr. vv 129-135) è possibile soltanto se le altre coscienza abbandoneranno il proprio sistema interpretativo del mondo per abbracciare quello caratteristico di Leopardi: in altre parole, la solidarietà di tutti si fonda su una conformazione di tutti all'idea dell'Io.

Trova così sfogo l'estremo desiderio della sua componente narcisistica: la negazione del proprio alterarsi in funzione del mondo e l'alterazione del mondo in funzione di sé. In questo senso parliamo di universo a misura dell'Io.


Conclusioni

Come precisato in partenza, la modalità sopra espresse sono entità astratte e senz'altro l'Io persegue alcuni desideri (come l'estrema “ego-formazione” narcisistica dell'universo) in maniera inconscia e le osservazioni riportate nell'articolo non intendono assolutamente sminuire la concezione del mondo leopardiana: lo scopo era quello di mostrare sotto una diversa ottica, un'ottica dinamica, dialettica, evolutiva, psichico-esistenziale, lo sviluppo di un pensiero che ha, indipendentemente da quanto qui scritto, dei caratteri geniali e di grande profondità umana e filosofica. Ovviamente, anche la concezione qui esposta rientra nel desiderio di “affermazione” (volontà di potenza) proprio di chi scrive, e pertanto ha valore soggettivo (cfr. modalità I, II, III e IV)

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lunedì, 16 febbraio 2009

blablaGiardino dell'Eden, Inizio dei Tempi (minuto più, minuto meno) – dal nostro inviato. Angelici lettori e lettrici, giungono importanti novità circa l'ultimo affare capitato sotto gli occhi della Direzione – il cosiddetto “affare Uomo”. Nonostante la diffidenza espressa nelle ultime decine di migliaia di anni da molte Cerchie Angeliche, il Capo ha insistito nella supervisione di ciò che per molti non è altro che una curiosa perdita di tempo. Il Capo ha ufficialmente dichiarato, al contrario, che questo “scherzo dell'evoluzione naturale” è qualcosa di notevole, a cui destinare un'ingente quantità di attenzione (e di fondi dei contribuenti). Ripercorriamo brevemente le principali tappe dell'Affare Uomo.

Tutto è iniziato nel continente africano, quando un nuovo ceppo di “ominide”, affettuosamente soprannominata dal Capo “Adamo”, ha iniziato una lenta evoluzione. Nonostante le molte tare corporee di questo primate senza pelliccia (tare che avevano suscitato una certa ilarità nelle Cerchie, dove pare che qualche cinico avesse organizzato un giro di scommesse su quale predatore lo avrebbe divorato per primo) dicevamo, nonostante le mancanze a livello strutturale, o forse proprio a causa di esse, Adamo si è dimostrato superiore a molti avversari biologici, giungendo addirittura a guadagnarsi i primi posti sul podio dei cacciatori. Seppure qualche maldicenza attribuisca questo successo agli interventi della Direzione, dall'Alto negano di averlo in qualche modo favorito.

Comunque sia, l'Uomo, passando attraverso vari stadi, ha sviluppato una serie di tecniche nuove che senz'altro meritano il plauso delle Cerchie: dopo la conquista della posizione eretta su due arti, ha imparato lentamente a maneggiare strumenti rudimentali per aumentare i propri successi nel reperimento del cibo, tanto che la struttura della mano di Adamo si è modificata fino a produrre un pollice “opponibile” adatto ad afferrare oggetti esterni. Potenziando la sua precedente eredità di primate, Adamo ha aumentato esponenzialmente il suo numero di relazioni con elementi della sua specie, cioè la sua socialità, fino a generare quella che, secondo il Capo, è la maggior invenzione di Adamo: il Linguaggio, una novità assoluta nella storia dell'universo.

Il Linguaggio è il più efficace strumento di rapporto che Adamo possieda per relazionarsi sia con l'esterno, con l'altro da sé, sia con il suo interno, cioè il sé.

Nella storia dell'evoluzione naturale si erano già sviluppati sistemi di comunicazione tra esseri differenti, e ci si potrebbe chiedere perché Adamo non si sia fermato a semplici sistemi di versi atti a proiettare istantaneamente la sfera istintivo-emozionale del singolo verso l'esterno, com'è stata la scelta evolutiva di altre specie.

In realtà, anche l'ancestrale sistema umano è nato da questo primigenio istinto di comunicazione sociale: anche Adamo, quando si feriva o si trovava in pericolo, emetteva versi sonori per avvertire gli altri elementi della comunità, cioè per accrescerne le possibilità di sopravvivenza.

Quando poi Adamo ha conquistato la posizione eretta, una nuova prospettiva si è aperta di fronte ai suoi organi di senso, ed in particolare il numero di dati visivi si è moltiplicato enormemente, costringendolo ad un maggiore stress intellettivo.

Sono allora nate le prime “parole”, oggetti difficilmente comprensibili per la struttura della nostra mente: esse erano un intreccio inestricabile di diversi elementi, un magma dove confluivano e si compenetravano il momento emotivo interiore e l'esigenza di comunicazione con il resto della comunità. Quest'ultimo poi si concretizzava, simultaneamente, sia nell'espressione sonora che nel sistema di gestualità corporea; il tutto serviva a moltiplicare il numero di canali utili a comunicare il messaggio: un messaggio di natura polisemica e che trascinava con sé una quantità di associazioni sensoriali molto concrete come “felicità” o “dolore” o “rabbia”, ecc.

Le prime “parole” (o meglio, la loro componente fonetica) erano solo vagamente arbitrarie come nella nostra lingua, ma erano un amalgama di verso emotivo, gesto e un embrionale nucleo di idea astratta. Era questo nucleo astratto a consentire il legame della “parola” con diversi schemi di mondo esterno, accomunati da una “radice” comune di somiglianza. Per fare un esempio, quando un elemento del gruppo avvistava e riconosceva un rifugio (schema di dati sensili esterni) e intendeva comunicarlo alla comunità, pronunciava sia l'aspetto fonetico della parola “caverna”, sia attuava l'atteggiamento corporeo (gesti, mimica facciale, ecc.) che ne era parte integrante, cosicché risultasse comprensibile il messaggio “caverna = riparo, felicità, riposo, piacere” in tutte le sue possibili accezioni, sfumature e associazioni sensoriali.

Un altro aspetto interessante del Linguaggio delle Origini è la sua natura in parte sociale ed in parte elitaria. La dimensione sociale entra in gioco nel momento in cui la “parola” (nel significato esteso che abbiamo visto) è codificata come rito sociale, come elemento unificatore e fondante della comunità, che nell'espressione delle “parole” trova un momento corale, “catartico”, di intima comunione sociale.

La dimensione elitaria si concretizza invece nel dominio che pochi individui hanno riguardo al processo creativo del linguaggio, cioè all' “invenzione” di nuove parole. Questi elementi particolari della comunità rivestono un ruolo di notevole potere perché sono in grado di consegnare al gruppo il nome delle cose, sono in grado di nominare il mondo, cioè hanno il “dono” di parcellizzare il molteplice divenire dell'esperienza sensibile in un insieme finito di elementi singoli semplici e rassicuranti, in grado di tranquillizzare l'individuo frastornato dal caotico insieme di eventi provenienti sia dall'ambiente esterno che dalla sua sfera interiore.

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categoria:cultura, filosofia
martedì, 07 ottobre 2008

KantQuelli che, come me, abitano nell'hinterland milanese dalle parti di Segrate, Redecesio o Lavanderie, conosceranno forse la linea interurbana 924 dell'Atm, l'Azienda di Trasporti Milanese. Essa collega il comune di Segrate con la Stazione di Lambrate FS passando attraverso il Villaggio Ambrosiano, Rovagnasco, Segrate Centro, Redecesio, Lavanderie, Rimembranze di Lambrate ed, infine, Piazzale Bottini, dove si trova il capolinea.

Tempo di percorrenza: 30 minuti senza traffico, oltre tre quarti d'ora nell'orario di punta mattutina. Va da sé che in un tragitto così noiosamente lungo, ci si ingegni per passare il tempo.

Un pomeriggio di qualche giorno fa, ad esempio, mi è capitata una strana avventura.

Come innumerevoli altre volte, salgo alla mia fermata (il capolinea!) e mi siedo in un posto libero, attendendo che il carrozzone si metta in moto tra sbuffi, cigolii, ondeggiamenti, tremolii e un vero e proprio concerto di rumori meccanici, immancabile colonna sonora dell'intera tratta.

Il mio sguardo girovaga tra il paesaggio monotono delle vie, rimbalza un po' sui volti di quel minestrone di umanità che, come me, passa le mezz'ore della vita sui mezzi pubblici, ed infine incrocia la smorfia gialla della macchinetta che timbra i biglietti, il cui altisonante nome, dizionario alla mano, è “obliteratrice”.

Sollecitato da quella meccanica visione, infilo la mano in tasca, prendo il portafoglio e ne estraggo un biglietto da ben 1 euro e 55 centesimi (tratta interurbana). Scivolo pigramente fuori dal mio posto e, capitombolando tra uno scossone e l'altro, giungo fino alla bocca inespressiva del congegno.

E lì, dalle anticamere della mente, si insinua nella mia testa una vocina piccola piccola che mi sussurra un dubbio.

Ma, insomma, perché dovrei timbrare il biglietto? Alla fine i controllori sono pochi, e certo non sono in servizio a quest'ora del pomeriggio...dai, oggi non lo timbro e lo tengo buono per la prossima volta. Che male c'è?

Sono immobile davanti alla macchinetta, con questa vocina mielosa che mi impregna il cervello e cola un po' dappertutto, sciogliendo il guscio della quotidianità con la sua insistente domanda. Le sue paroline si infilano nei gangli della mia testa e toccano una cosa molto personale: ce l'abbiamo tutti, anche se non tutti ne siamo ugualmente consapevoli. Si chiama “etica”.

Un nome pomposo, decisamente, ma che entra in gioco tutti i giorni. Ad esempio quando si tratta di pagare o meno il biglietto dell'autobus.

Rinfodero il biglietto e decido di ritornare al mio posto per riflettere bene.

E chi vi trovo ad aspettarmi, accoccolato nel suo metro e cinquanta scarso di statura, con un sorrisetto stampato sul volto affilato e due occhietti furbi e penetranti? Immanuel Kant, in persona!

Mi saluta e con un cenno della mano mi invita a sedermi sul sedile a fianco. Accetto l'invito, gli stringo la mano e cerco un argomento adeguatamente complicato ed oscuro per mostrarmi all'altezza del mio interlocutore. E invece, l'unica cosa che mi rotola fuori dalla bocca, come se fosse stata composta dalla mia lingua senza l'ausilio del cervello, risulta essere: “Ma lei l'ha pagato il biglietto?”.

L'omino sorride, poi corruga l'ampia fronte e afferma: “Domanda interessante!”

Kant si accomoda meglio sul sedile, mi sbircia con sguardo penetrante, e continua: “Beh, insomma, la filosofia nasce anche così! Siamo un po' tutti filosofi, quando abbiamo un problema davanti e tentiamo di rispondervi. Qualsiasi problema è degno di nota, perché ogni domanda è una porta che spalanca un mondo. Ad esempio, guarda qua – Kant mi mostra il suo biglietto: Konigsberg 1864 – Segrate, linea 924, 2008 - anch'io ho il biglietto, proprio come te, e devo decidere se timbrarlo o no. Sono cioè di fronte ad una scelta. Cosa fare? Ci sono varie risposte. Per esempio, potrei obliterarlo perché, se non lo facessi, il controllore mi farebbe la multa. Oppure potrei timbrarlo soltanto questa volta e rinunciare a darmi una regola generale, rimandando il problema alla prossima volta. Ammetto che questa soluzione mi attira, perché così almeno sarei impegnato per le prossime noiose mezz'ore.”

In effetti, quella poteva essere un'idea, annuisco io. Però non potevo farmi sfuggire Immanuel Kant in persona, quindi tanto valeva sfruttarlo un po' per ricavare una norma generale di comportamento. Insomma, su quell'autobus stavo giocando la partita per la mia etica personale. Mica uno scherzo, no? Comunque, Kant aveva già ripreso a parlare, e dovevo stargli dietro, anche perché ormai eravamo già a Redecesio, non mancava poi così molto all'arrivo:

“L'ultima possibilità che di cui ti ho parlato potrei chiamarla massima. Vale soltanto per me, Immanuel Kant, o per te, e non ha la pretesa di avere un valore universale. Però, se esiste una 'legge morale' con cui regolarci in materia di obliterazione di biglietti, non può essere questa la strada da percorrere. Potrei allora optare per una sorta di imperativo, un comando escogitato dalla mia ragione atto a regolare la mia vita. Questa prescrizione potrebbe essere del tipo: 'devo timbrare il biglietto, perché, se non lo facessi, incorrerei nella multa'. Ci sono un sacco di regole morali impostate sulla forma 'Se...devi'. Però sono terribilmente zoppe, non trovi?”

La smorfia dubbiosa dipinta sul mio volto era abbastanza eloquente. Perché un “Se...devi” non dovrebbe andar bene? In fondo, le leggi prevedono sempre una punizione se le si infrange, e inoltre mi piace pensare che alla fine ci sia un premio per le azioni giuste.

Kant annuisce, ma risponde: “Sono cose vere, però un'azione fatta solo perché c'è un premio o una punizione non è disinteressata, ma piuttosto la definirei utilitaristica. E qualcosa di utilitaristico stona con la mia concezione di morale. L'azione morale dovrebbe invece essere autonoma, slegata, insomma 'pura' e completamente 'altruistica'.”

E come dargli torto? Mi sentivo un po' un vigliacco: insomma, non fare qualcosa soltanto perché c'è una punizione non è molto coraggioso. E fare qualcos'altro solo perché c'è un premio mi fa sentire o un'ipocrita o il classico asinello che segue la carota.

Ma l'omino è gioviale e rinnova ancora il suo sorriso affabile:

Rimane un'ultima strada da percorrere: timbrare il biglietto perché è giusto timbrare il biglietto. Sembra un paradosso, lo ammetto, ma il 'dovere per il dovere' è l'unica soluzione davvero altruista e davvero giusta.”

Questa storia del “Dovere per il Dovere” mi suonava molto rigida, quasi un po' troppo rigorosa. E poi come facevo a decidere nella vita quotidiana se qualcosa era giusto o meno? Non l'avevo ancora capito!

Beh, è una risposta davvero lunga, complessa e difficile...e forse non esiste neppure! Però puoi porti questa domanda: 'Se tutti facessero come faccio io, si starebbe bene?' Se nessuno pagasse il biglietto, ad esempio, che ne sarebbe del servizio?”

Borbotto qualche parola smozzicata, osservando il mio famoso biglietto, poi però decido che l'omino ha ragione. Sorrido, mi alzo e oblitero il protagonista di questa storia. Ormai siamo praticamente arrivati, stiamo costeggiando la rotonda di Rimembranze di Lambrate. Però c'è tempo per un ultima domanda: “Tuttavia, avrei potuto sempre non timbrare il biglietto...come la mettiamo?”

Kant mi fissa con i suoi penetranti occhi castani, e poi mi risponde: “Naturalmente. La Libertà è il presupposto di ogni etica. Quindi la Libertà è prendersi la responsabilità delle proprie azioni, la Libertà è agire dopo aver pensato e riflettuto...insomma, la Libertà è faticosa e bisogna sudarsela! Ma, ricordati, che essa rimane il più alto valore umano...”

Fssssh! Le porte si aprono con un fischio. Mi sveglio di soprassalto stropicciandomi gli occhi e mi volto a destra e a sinistra per vedere dove fosse finito Kant. Poi mi metto a ridere e realizzo che è stato tutto un sogno, un buffo sogno dettato dalla verifica di filosofia del giorno dopo. Scendo dalla 924, mi avvio verso la metropolitana e infilo una mano in tasca. Ci trovo qualcosa: un biglietto.

C'era scritto: “Konigsberg, 1864 – Segrate, linea 924, 2008”.

Ed era timbrato.


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mercoledì, 20 agosto 2008

virgiliobnQuando ci troviamo davanti ai versi di un autore vissuto venti secoli fa, viene naturale chiedersi se tra le righe si possano scorgere ancora messaggi moderni, ritrovare tratti in grado di dirci qualcosa, aiutarci a comprendere il mondo, sondare quel mistero infinito che è la natura umana.

Questo chiediamo a coloro che sono stati fregiati e glorificati con il titolo di “Classici”, e questo non possiamo fare a meno di domandare a quelle opere composte dal poeta latino per eccellenza: Publio Virgilio Marone (Andes 69 a.C. – Brindisi 18 a.C.).

Bucoliche, Georgiche ed Eneide: sono ancora portatrici di un messaggio attuale per l'uomo moderno, per noi che abbiamo affrontato il giro di boa del Nuovo Millennio, per noi che ormai stiamo dimenticando il potere della parola scritta per rifugiarci nell'ubriacatura dell'immagine, figlia dell'apparenza?

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam, fato profugus, Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum saevae memorem Iunonis ob iram;
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem, 5
inferretque deos Latio, genus unde Latinum,
Albanique patres, atque altae moenia Romae.

Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores 10
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

Così comincia il poema virgiliano, con un proemio destinato a fare scuola, assieme a quelli omerici, per tutto il rinascimento italiano, e oltre (basti pensare all'incipit dell'Orlando Furioso di Ariosto o alla Gerusalemme Liberata del Tasso).

Nella prima parte (vv 1 - 7) il poeta si preoccupa di fornirci una breve sintesi dell'opera e già dal primo verso troviamo una nota di modernità: è il cano, “io canto”, quel verbo alla prima persona singolare che rivendica l'autonomia del poeta di fronte alla Musa, quel principio divinoa cui Omero affidava il racconto (“Cantami, o Diva, del Pelìde Achille” recita il primo verso dell'Iliade). Quell'io è in contemporanea la vittoria e l'affermazione dell'individuo che reclama la propria indipendenza, e quindi il proprio valore. La consapevolezza di sé è un'impronta indelebile della civiltà moderna ed è madre di quella grande introspezione psicologica, quell'analisi dei moti dell'anima, primo di tutti, l'amore, che tanta fortuna ha regalato alla poesia e alla letteratura in generale.

Procedendo, come non notare l'accento sui dolori, le tribolazioni del pius Enea (“insignem pietate virum” come viene nominato al v. 10) causate da quell'ira di Giunone, che poi non è altro che una frazione di quel destino crudele e frustrante da cui viene sferzato l'eroe?

E sono proprio queste sofferenze che fungono da motore per quella domanda dolorosa che racchiude in sé il nucleo della sensibilità virgiliana, quell'interrogativo la cui risposta non può spettare all'uomo, ma soltanto all'imperscrutabile divinità: Musa, mihi causas memora, “O Musa, dimmi le cause.”.

Virgilio insomma propone ancora una volta il “Perché?”, chiede le motivazioni per tanta sofferenza, e la sua domanda non può che essere colta in senso universale, e deve essere letta come quell'urlo che dall'uomo, mai completo e quindi per sempre figlio della sofferenza, si leva al cielo, chiedendo ragione dell'ingiustizia.

È una questione di bruciante attualità in un mondo in transizione come il nostro, in cui l'individuo è sempre più solo e impotente di fronte a quella società che assomiglia così tanto all'ineluttabile “Fatum” virgiliano ed è trascinato in un gorgo di eventi che lo estraniano e perpetrano ingiustizie silenziose ma letali nei suoi confronti.

Perché, dunque.

L'attenzione per la sofferenza, e soprattutto per la sofferenza dimenticata, è un tema che attraversa tutta l'opera del poeta mantovano, fin dalle prime composizioni, le Bucoliche. Nella I Ecloga egli narra sia la quiete agreste del felice Tityro, sia però la dolorosa vicenda del contadino Melibeo, espropriato delle proprie terre dal volto prepotente del potere e costretto ad allontanarsi dalla patria per raggiungere gli Afros sitientes o i Britanni ai confini del mondo.

Insomma, il poeta rivolge sempre la propria attenzione anche verso gli umili, gli sconfitti, la cui voce è un permanente contraltare alle fanfare gloriose dei vincitori.

In una veloce rassegna dei personaggi sconfitti, non possono naturalmente mancare all'appello Didone, la regina cartaginese suicida per amore, sconfitta dalla missione fatale di Enea, l'uomo del destino; Priamo, il vecchio re di Troia che viene ucciso in maniera barbara sull'altare di Ilio dal crudele Pirro, figlio di Achille; ma anche Creusa, prima moglie di Enea che deve scomparire nell'incendio di Troia per lasciare il marito libero per la futura moglie Lavinia; e l'intero popolo troiano, esule dalla distruzione della loro città da parte degli Achei.

E non possiamo non aggiungere all'elenco lo stesso Enea, il quale è costretto dal Fato a rinunciare all'amore, ad affrontare la morte di amici cari e compagni fidati (Miseno, il timoniere Palinuro), a sopportare tantissime sofferenze e ad obbedire sempre alla sua missione, fondare il primo seme della futura Roma, che però sarà realizzata soltanto molte generazioni dopo. Enea è quindi travagliato da crisi interiori, e, pur rimanendo fino all'ultimo fedele alla sua missione, nutrirà dubbi, paure e profondi scoramenti (Libro V, vv 700 - 703) che lo rendono in tutto e per tutto un essere umano vero, e non una caricatura idealizzata e disumana dell'eroe senza né debolezze né incertezze. E gli eroi, quelli veri, quelli di cui ci ricordiamo, non sono mai super-uomini, ma sono esseri umani, imperfetti come tutti, che mescolano in adeguate dosi saggezza e dubbi, coraggio e paura. E questo Virgilio lo sa.

Il messaggio di umiltà, di profonda umanità che attraversa la sua opera è un insegnamento sempre attuale, perché spesso si ignora o si scorda, in nome della produttività, della crescita, del signore denaro, quella “debolezza” umana che in realtà è la nostra più grande forza.

Ma l'Eneide è anche l'epica narrazione di un grande riscatto, quello di un popolo sconfitto, che trova la forza di reagire e rialzarsi in piedi, guidato da un condottiero che la critica antropologica ci ricorda essere modellato su una figura fondatrice come quella dei patriarchi ebraici.

Dal poema si sprigiona perciò quella grande forza di riscossa, quel rialzare la testa e, quell'affrontare con tenacia e coraggio le avversità e i sacrifici di cui abbiamo così tanto bisogno in una congiuntura storica come questa, nella quale i segnali di recessione economica (prima quella americana, e in questi giorni anche l'Unione Europea ha registrato il primo tasso di crescita zero da quando è stata fondata), l'impennata dei tassi di inflazione, del prezzo del barile e immancabilmente del costo della vita, sono sempre più inquietanti spie di un baratro poco distante, che incombe soprattutto sull'Italia, sulla quale la crisi si abbatterà più violenta e più veloce che in altri paesi, se non si agisce subito con prontezza e determinazione.

Inutile e dannoso nasconderlo, versiamo in una brutta condizione.

Ma è proprio nei momenti più bui, nelle tenebre senza uno spiraglio di luce, che si vede il vero valore di un popolo, l'eroismo umile di chi, come Enea, non si rassegna e decide di andare avanti, lottando e sacrificandosi per un futuro migliore del presente.

C'è un grande bisogno di riscatto, anche se per il momento si avverte solo l'aria di rassegnazione e un gelido pessimismo, con punte di catastrofismo, soffia negli animi delle persone, e il ritornello del “Tanto non si può fare nulla” è sulla bocca di troppo persone.

Alla cultura del disfattismo e del lamentarsi, tanto diffusa in questo Paese perché semplice, comoda e tutto sommato indolore, bisogna opporsi con la critica costruttiva, le proposte, le idee e quella tenacia figlia anche del cano virgiliano.

Speriamo che il Poeta ci dia quella forza di cui abbiano così bisogno...


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categoria:cultura
martedì, 19 agosto 2008

PlatoneNel famoso Mito della Caverna (Libro Settimo de La Repubblica), Platone ci narra di un'umanità incatenata e costretta a guardare non la realtà vera, ma le pallide ombre da essa proiettata sulle pareti della caverna, che interpreta come gli oggetti reali.

Tuttavia, ad un certo punto, uno degli uomini riesce a liberarsi, a spezzare le catene, e uscire dalla grotta, alla luce del sole. In un primo momento i suoi occhi, abituati alla tenue oscurità, sono feriti dal bagliore, ma poi si adattano e contemplano il mondo reale.

Il significato allegorico del mito è facilmente interpretabile, anzi è lo stesso Platone a fornircene la spiegazione, nei passi successivi della sua opera: il Mito della Caverna è una metafora del cammino dell'uomo verso la conoscenza, che lo porta a trascendere il mondo sensibile (le ombre degli oggetti) per raggiungere la realtà vera delle Idee, l'Iperuranio, fino a contemplare l'Idea di Bene (il sole che all'inizio lo acceca).

Cosa ha a che fare tutto questo con il mondo moderno? Molto, credo.

Non ci è troppo difficile rileggere le righe del filosofo ateniese per calarle nella società di oggi. Noi siamo come l'umanità incatenata, costretta a rivolgere il proprio sguardo soltanto dove ci viene concesso di farlo. E scambiamo le apparenze per la realtà vera, dalla quale invece si vuole che distogliamo lo sguardo.

Viviamo in un mondo dove le informazioni circolano ad una velocità inimmaginabile, ma altrettanto spaventosa è la capacità di manipolazione con cui queste informazioni possono essere contraffatte, distorte, rimpiazzate, modificate.

Siamo costantemente bombardati da una quantità incredibile di media che, da Internet alla televisione ai giornali, forniscono ogni sorta di notizia senza però comunicare altrettanto la capacità di discernere, capire ed interpretare queste notizie. Senza educare, nell'accezione più alta del termine, insomma.

E questo fa comodo, perché comunicare migliaia di informazioni senza farle capire veramente è un ottimo modo per tenere le persone nell'ignoranza, pur mantenendo la maschera della libera informazione. Incatenarci alle pareti della caverna, insomma.

Evitiamo i tono apocalittici, ma non possiamo trattenerci dal dire che il cosiddetto “Mondo Occidentale”, almeno così come lo conosciamo oggi, sta per attraversare una profonda crisi i cui sintomi, se indagati con attenzione, possono essere riscontrati anche ora. Siamo sull'orlo di un grande mutamento storico.

Dobbiamo perciò chiederci con quali mezzi affrontare questa rivoluzione.

Lo strumento, a mio parere, è antico, ma sempre adatto e da sempre vincente: il libero pensiero.

Scienza, filosofia, letteratura: sono questi i baluardi che possono salvarci dagli aspetti più disastrosi della crisi.

La grande cultura umanistica e scientifica che ci deve insegnare non mere nozioni, non asciutti resoconti né vuote formule: no, ci deve insegnare ad usare lo nostra testa. Perché è il modo migliore per non chinarla.

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categoria:cultura