lunedì, 29 dicembre 2008
marx

Sera del ventitré dicembre: l'anti-vigilia di Natale.

Mentre affondo i denti in una soffice fetta di Pandoro rifinisco gli ultimi addobbi. Sbuffo una piccola nuvoletta di zucchero candido e guardo fuori dalla finestra. Oltre i doppi vetri, all'esterno, dove non arriva il tepore del fuoco che scoppietta nel camino, una leggera coltre gelida di nebbia ghiacciata sta allungando le sue dita scheletriche sulle ombre proiettate dai lampioni. Un brivido mi attraversa la schiena e mi volto verso le tinte calde e soffuse del salotto, imbracciando un pesante piumino dentro il quale mi avvolgo voluttuosamente, afferrando il libro che giace sul tavolino di fianco. Immerso nell'abbraccio della coperta, con lo stereo che sgocciola le dolci note dei Dire Straits, affondo gli occhi nelle pagine. Lentamente, le righe si intrecciano, le lettere danzano con il fuoco, si fondono con la musica, ed infine svaniscono...

...

TUMP!

Tud!

Ahi!”

Apro gli occhi. Il salotto è immerso in una calda oscurità. Realizzo di essermi addormentato sul divano. Lancio una veloce occhiata all'orologio: mezzanotte passata. L'ora dei fantasmi. Ma i fantasmi non dicono “Ahia”, di solito. Immobile nel buio, tendo l'orecchio e trattengo il respiro.

TUM!

Viene dal camino, ne sono sicuro. Dopo qualche secondo, la canna fumaria starnutisce un manciata di fuliggine. Mi alzo senza fare rumore e impugno silenziosamente una delle palette di ferro del camino. Sono abbastanza perplesso, però. Quale ladro si calerebbe dal camino? E con le braci ancora roventi sotto la cenere, oltretutto! Mentre attendo ulteriori sviluppi, incrocio con lo sguardo il calendario dell'avvento, affisso sulla parete nella semioscurità.

...Che sia in anticipo?

Ma non ho tempo per ulteriori riflessioni: con un trambusto micidiale, tra pezzi di calcestruzzo, foglie secche e tocchi di cenere, una grossa sagoma piomba pesantemente nel focolare. Un polverone mi investe, assieme ad un urlo epico. A occhio e croce, causato dalle braci ancora ustionanti.

Una figura scura emerge dalla fuliggine tenendosi il fondoschiena tra la mani. Corre di qua e di là, nel mio salotto, senza accorgersi minimamente di me. Sta imprecando in una lingua che non conosco. Io però sono troppo stupito per fare qualsiasi cosa.

Il ritratto è inconfondibile, da quando siamo bambini sappiamo tutti com'è fatto: una grossa pancia, un'imponente barba bianca, i capelli bianchi non lasciano spazio a dubbi.

Babbo Natale!” esclamo con un tremito nella voce.

Babbo Natale smette di massaggiarsi e finalmente nota di non essere da solo. Mi fissa con due occhi penetranti, poi prorompe:

Ma che Santa Klaus! Sono Karl Marx!

...

“Grazie mille”

Marx ringrazia burbero mentre afferra la tazza di Tè che gli porgo. Io sorseggio la mia, nella ferma convinzione che avrei bisogno di qualcosa di ben più forte. Abbasso gli occhi e esordisco imbarazzato:

Credevo fossi morto...”

L'anziano filosofo si liscia la folta barba con una mano e punta lo sguardo lontano:

“Già...questa è l'opinione di molti...

China il capo e mi sembra di scorgere il peso della Storia che si rovescia su quelle possenti spalle. Che stanno vacillando. Le sue parole sono velate di tristezza:

“Nel nome del comunismo sono state commesse stragi, sono state proclamate dittature, sono stati innalzati dittatori, tiranni hanno strappato il potere al popolo. Non è questo quello che avevo in mente.”

Marx si alza e si dirige verso la finestra. Fissa il proprio sguardo nella notte fredda, nella quale ghiacciati fiocchi di neve turbinano come fantasmi.

“Mi sono sempre rifiutato di prescrivere ricette per l'osteria del futuro. Però non è questo il mondo che avevo previsto. Il Capitalismo si è trasformato. Il proletariato si è assottigliato, mentre la classe media si è espansa e la società non è diventata una piramide come pensavo, piuttosto assomiglia ad una cipolla.”

Mi avvicino al filosofo, e getto anch'io lo sguardo nell'oscurità, mentre soppeso le parole che pronuncio:

“Il Capitalismo ha cambiato forma, ma la sostanza è la stessa: lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è rimasto immutato. Un miliardo di ricchi schiaccia cinque miliardi di poveri, dei quali oltre un miliardo vive sotto la soglia di povertà di un dollaro al giorno. Ma noi cosa ci possiamo fare, non abbiamo potere, cioè non abbiamo soldi. La nostra voce rimarrà inascoltata. È inutile combattere una battaglia persa in partenza.

Marx si volta di scatto e mi pianta gli occhi diritti nei miei. Non riesco a reggere quello sguardo.

“Dunque è questo lo spirito che infesta questo secolo? Un realismo che ha sapore di rassegnazione! Il mondo si può cambiare, non è mai troppo tardi per coltivare una speranza. Noi abbiamo l'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l'uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato e spregevole! Questa è una battaglia persa? Questa è l'unica battaglia degna di essere combattuta! Ho dedicato tutta la mia vita, tutta la mia attività teorica e pratica, alla grande tensione ideale di una metamorfosi dell'uomo e della società!”

Vorrebbe aggiungere altro, ma interrompe il suo slancio e china gli occhi. Sta pensando che forse sono parole inutili, forse sono discorsi inadatti per quest'epoca.

Eppure c'è qualcosa in quelle idee che ha fatto breccia, almeno dentro di me, e mi accorgo che quell'uomo non è affatto morto. La società è cambiata, il capitalismo è diventato più feroce e più subdolo e gli abbiamo permesso di divorare tanti sogni.

Ma non tutto è perduto.

Appoggio la mia mano sulla spalla di Marx. Lui si volta, ci guardiamo negli occhi.

I Filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo.”

E lo trasformeremo!

postato da: vanghelis alle ore 11:37 | Permalink | commenti (1)
categoria:filosofia, attualità, sognare politica
lunedì, 10 novembre 2008

gelminiTorno ad occuparmi nella scuola in un momento di grave crisi.

Sono uno studente e il tema mi è assolutamente a cuore e ne sono protagonista ogni giorno. Ma anche se non fossi uno studente, anche se non fossi un docente, ebbene, discutere della scuola sarebbe altrettanto urgente, la necessità di un'idea sarebbe, anzi deve essere, pressante.

Se c'è qualcosa di innegabilmente positivo in quanto sta accadendo in questi giorni è proprio questo: il ritorno del mondo della scuola al centro del dibattito. E questo risultato lo dobbiamo alle tante manifestazioni, alle mobilitazioni di studenti, docenti e genitori che hanno fatto sentire la propria voce, che hanno rotto il muro del silenzio sulla scuola. Favorevoli o contrari, a tutti loro è comunque doveroso un ringraziamento.

A dispetto di qualcuno che ritiene che l'importante sia “laurà”, io sono convinto nella maniera più ferma e decisa che l'istruzione sia il nodo centrale, lo svincolo imprescindibile attraverso cui si discrimina il successo di un Paese.

Perché? Perché l'istruzione dei propri cittadini non è solo un dovere dello Stato, ma è il futuro dello Stato.

Noi giovani siamo il futuro dell'Italia. Sono le nostre spalle che reggeranno l'urto della crisi economica, sono le nostre ginocchia che non dovranno scricchiolare, sarà il nostro sudore a testimoniare lo sforzo di lottare per non soccombere.

Ma come potranno tendersi i nostri muscoli, come saremo in grado di sostenere il pericolo del baratro, come riusciremo a distogliere gli occhi dall'abisso per tornare a guardare in alto, per ricominciare a sperare, come sarà possibile tutto questo se noi studenti siamo guardati con sospetto dall'alto, se noi giovani siamo pesati sulla bilancia per vedere di quanto sfora la nostra istruzione rispetto al bilancio pubblico?

È questo il problema fondamentale della Riforma Gelmini: non è stata partorita come una chiara idea di riforma, di ricostruzione, di rinnovamento. Al contrario essa è una figlioccia della Legge Finanziaria 2008 (Legge 133/08, approvata in ben 8 minuti) del Ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che dall'alto degli scranni della necessità di riduzione della spesa pubblica ha puntato l'indice inquisitore contro il mostro sprecone della scuola, decretandone l' “essenzializzazione”, la “razionalizzazione”, cioè i ritornelli su cui viene intonata la Riforma.

Mi si potrebbe obbiettare che invece l'idea c'è, che dietro alla Riforma si cela un preciso programma di “moralizzazione”: sì, giusto, il ritorno al grembiulino e il rientro fra i banchi di scuola dell'educazione civica, per non parlare del voto in condotta valido per la bocciatura. Effettivamente sono stati provvedimenti molto sbandierati quest'estate. La divisa ha un bel sapore vintage e ben si inserisce nel quadro di idealizzazione del passato (da cui, però, mi raccomando, vanno eliminati l'Illuminismo e simili) e di ritorno alle sane tradizioni del “sangue e terra” che sono il cuore di qualche partito che, cavalcando la demagogia e le soluzioni facili, si è accaparrato alle ultime elezioni il voto di quasi un italiano su dieci. Ogni riferimento alla Lega Nord è assolutamente voluto e deliberato.

Per quanto riguarda l'educazione civica, prevista dal Decreto 137, mi piacerebbe ricordare al Ministro Gelmini che essa esiste già e, precisamente, esiste negli stessi termini con cui verrebbe “re-introdotta” dal DM 137: ovvero, una materia extra da incastrare nell'orario dei docenti dell'area storico-geografica, senza un programma proprio ed un orario definito. Infine, sul voto in condotta, mi domando se sia qualcosa di efficace davvero a livello pedagogico e se serva a combattere il bullismo o se sia un altro provvedimento di facciata con ben poca sostanza dietro.

Ma torniamo al cuore della Riforma Tremonti-Gelmini: i tagli. 87.341 docenti in meno. Per rendere l'idea: è come se scomparissero nell'arco di tre anni i docenti di tutta la regione Lombardia e i loro studenti dovessero essere ripartiti tra le altre regioni.

Quando poi si scopre che pochi giorni fa il Governo, sotto la pressione della Lega Nord, ha stanziato 25 milioni di euro per il salvataggio dell'ippica in crisi*, definita, parola dell'On. Cota “un pezzo della nostra economia [...] e una parte importante della nostra cultura”, viene naturale domandarsi: è questa la scala di priorità del mio Paese? Prima vanno le scommesse sui cavalli, poi gli studenti. Forse è perché ci considerano già tutti asini.

Idea non del tutto sbagliata, almeno per quanto riguarda il prossimo futuro di chi ora sta frequentando le scuola elementari o si accinge a farlo: grazie al maestro unico, imparerà l'inglese da un docente che l'ha a sua volta appena conosciuto, dopo un corso di ben...200 ore! D'altronde, un maestro di lingua inglese, magari madre lingua, è decisamente un esubero insostenibile!

Vorrei mettere in chiaro che non difendo a spada tratta il sistema scolastico attuale, anzi, esso è un sistema carente e i risultati scarsi conseguiti, mi dispiace dirlo, soprattutto al Sud, nei test OCSE da parte degli studenti italiani sono un impietoso segnale negativo sulla scuola nel nostro Paese. L'Istruzione in Italia è un colabrodo che fa acqua da molti buchi, ed è vero che spesso è stato utilizzato come uno “stipendificio” (neologismo molto in voga attualmente), tuttavia nella Riforma Gelmini io non vedo un progetto in grado di risolvere i problemi, né un'idea che ponga lo studente (e non la spesa per lo studente) in primo piano.

Ho esposto nell'articolo “Manifesto per una nuova Scuola” le mie idee riguardo a ciò che la scuola, a mio parere, dovrebbe essere. Vi invito a rileggerlo e a dirmi la vostra opinione. Invito tutti quanti, studenti e docenti, ma non solo, perché il futuro non è di qualcuno, ma è di tutti. Ed è proprio per un futuro che dobbiamo lottare.

*http://www.agicoscommesse.it/writable/datiarticoli/SFocus5.htm


postato da: vanghelis alle ore 16:01 | Permalink | commenti
categoria:attualità, scuola politica
sabato, 20 settembre 2008

razzismoPrime luci dell'alba di una domenica qualsiasi nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Immaginate: il palcoscenico è la Città che lentamente si risveglia, verso le cinque del mattino, è la metropoli che sbadiglia e si stiracchia come un'enorme animale e si prepara, volente o nolente, a gettarsi un altro giorno ancora nella veloce, frenetica sua vita, intreccio delle vite di due milioni di abitanti che sono il suo corpo, le sue vene, il suo sangue.

Centinaia, migliaia di storie nascono, si propagano, entrano in contatto, si allacciano, si allontanano. E alcune si spezzano. Altre, vengono spezzate. Alcune, recise. Con la violenza di una spranga che cala, colpisce, cala, colpisce, cala e colpisce ancora e ancora. E ancora. Finché il battito del cuore di una storia smette di ritmare i respiri della vita – e la spranga ha divorato la vita di un ragazzo di 19 anni.

La storia è quella di Abdul, la spranga è quella utilizzata da un padre e da un figlio che, assieme, l'hanno ammazzato con una ferocia e una violenza terribili.

Il lunedì seguente, i giornali titolavano in prima pagina su questo atto barbarico e dubito che qualcuno abbia potuto ignorare facilmente la notizia, o svoltare la pagina senza porsi, per almeno qualche secondo, delle domande.

Esistono delle notizie che ci sconvolgono, perché toccano quella che reputiamo essere la nostra natura più intima, si scontrano con i nostri

+valori e ci impongono una riflessione su noi stessi, sugli altri, sul nostro rapporto con il mondo. E senz'altro, casi come questi fanno sanguinare la nostra emotività, e la reazione di sdegno passa necessariamente dal cuore. Il sentimento è assolutamente normale, anzi sarebbe pericolosissima un'indifferenza emotiva. Una giusta rabbia, un forte senso di distanza e di deprecazione ci devono infiammare contro atti simili.

Tuttavia, la nostra reazione non si deve esaurire nel torrente di emozioni. Esse sono un'ottima piattaforma di partenza, e spesso intuiamo attraverso il sentimento cosa è giusto e cosa è sbagliato, e non necessariamente attraverso la ragione.

Però è quest'ultima lo strumento che dobbiamo impiegare che riflettere, per analizzare e, soprattutto, per tentare una risposta e commutare eventi terribili in uno sprone all'azione, in una tensione verso la risposta. Limitarci a piangere o ad arrossire d'ira è un errore. Un errore facile in cui cadere, perché, nonostante tutto, ci soddisfa la coscienza e in un certo senso ci fa dire a noi stessi: “La mia parte l'ho fatta. Ora posso pure dimenticare tutto”.

Mi rendo perfettamente conto che con un'opinione simile, che forse apparirà sentenziosa o provocatoria, avrò urtato qualcuno. Ma l'intenzione non è affatto ostile e invito tutti a seguirmi nel ragionamento che segue, posponendo la critica alla lettura totale dell'articolo.

Dunque, il primo aspetto che secondo me dobbiamo notare in questo crimine è la sua dimensione assolutamente straordinaria. Questo è un concetto fondamentale che vi chiedo di memorizzare perché ci tornerà utile più avanti. Parlando di “straordinarietà del crimine”, io intendo affermare che, alla stragrande maggioranza della popolazione, non salterebbe mai in testa né di imitare un'azione simile né di giustificare i suoi responsabili. In altre parole, la condanna è, giustamente, unanime e univoca.

Il secondo aspetto da considerare è la componente razzista dell'aggressione, perché gli insulti di “sporco negro” e simili non lasciano spazio a dubbi. È questo lato che è stato messo sotto i riflettori, scritto in grassetto nei volantini ed è con lo stemma del “no al razzismo” che sono scesi in piazza cortei e manifestazioni, già una a Cernusco sul Naviglio, a cui seguirà una seconda sabato 20 a Milano.

Infine permane un terzo aspetto, e cioè l'assurda ferocia del crimine, la smisurata reazione di due uomini in risposta ad un piccolo furto, cioè un motivo decisamente futile.

Ora dobbiamo cercare di ricomporre l'unità di questi fattori (a cui senz'altro ne partecipano di altri, ma penso che i maggiori siano questi) e trarne un'interpretazione valida.

Partirò con il secondo aspetto, e cioè la supposta matrice razzista e xenofoba dell'aggressione. Io credo che non ci sia alcune dubbio sulla presenza di questa componente, ma non concordo sulla sua preminenza. Per giustificare questa mia lettura, farò riferimento alla straordinarietà del crimine a cui accennavo prima.

Mettiamo anzitutto in chiaro che il razzismo è un fenomeno sociale con una base comune ed una condivisione diffusa da parte della popolazione. Esso scaturisce da molte motivazioni, come il disagio sociale, il senso di pericolo ed insicurezza diffuso, il bisogno di reperire un capro espiatorio, ecc.

Il punto fondamentale è però la natura sociale del razzismo, la sua capillarità, la sua penetrazione nella mentalità comune: il razzismo è un cancro degli ideali che si diffonde silenziosamente, senza clamore, fino a pervertire completamente i valori di uguaglianza, rispetto reciproco, dignità umana e giustizia. L'esito finale di questa infezione è la natura più pericolosa e più difficile da sradicare di ciò che chiamiamo male: ovverosia, la sua banalità.

La banalità del male, il suo essere dato per scontato, il tacito assenso irriflessivo che gli viene concesso. Il sonno della ragione, l'oblio della facoltà critica.

Tutto ciò è l'esatto contrario della straordinarietà, che anzi è percepita subito, perché ovviamente appariscente ed emotivamente coinvolgente.

È per queste motivazioni che non mi trovo concorde nel definire l'aggressione ad Abdul come un esempio tipico di razzismo, o come la spia della diffusione sociale del razzismo. Ripeto, è presente la componente razzista e i due criminali avrebbero avuto più esitazione con un “bianco”.

Tuttavia, non possiamo aspettarci che la sirena d'allarme del razzismo sia così appariscente, proprio perché la natura “silenziosa” di quest'ultimo fa sì che esso si manifesti in aspetti più ampi e meno espliciti della mentalità collettiva.

Aggiungerei anzi che sono proprio il grande risalto mediatico, la mobilitazione delle coscienze e le manifestazioni, tutte azioni che reputo assolutamente encomiabili e giuste, a segnalarci la non condivisione e la non giustificazione di questo crimine. Ricordiamoci però che spesso fatti straordinari come questo ci accechino e mettano in ombra i veri indizi del male sociale del razzismo, a cui invece dovremmo prestare maggiore attenzione e vigilanza, proprio perché di non immediata riscontrabilità.

E infine vorrei far notare che questa lente deformante con cui è stata letta la vicenda ci ha impedito di osservare l'orrore più profondo e disumano di questo crimine, il suo terzo aspetto: dimentichiamoci dell'etichetta di “nero” per Abdul, abbandoniamo tutte le etichette e comportiamoci da veri Cittadini del Mondo, da fratelli nell'umanità. Rendiamoci conto di quanto sia terribile ciò che è avvenuto.

Non due bianchi che picchiano fino alla morte un nero. Non due commercianti contro un disoccupato. Non due italiani contro uno straniero: no.

Sono stati due esseri umani, un padre ed un figlio, che hanno ammazzato senza motivo un altro essere umano, un loro fratello.

postato da: vanghelis alle ore 18:40 | Permalink | commenti
categoria:attualitÃ