Tra qualche settimana, nei primi giorni di settembre, le scuole di tutta Italia, chi prima, chi dopo, riapriranno i battenti per dare inizio ad un nuovo anno scolastico. Per qualcuno sarà il primo anno nel suo percorso formativo, per qualcun altro sarà l'ultimo prima di accedere al mondo del lavoro oppure, speriamo, a quello dello studio universitario.
Siate al primo anno di scuola media inferiore, stiate per affrontare il traguardo della maturità, penso che sia doveroso per tutti impegnarsi in alcune riflessioni sul concetto di “scuola”, e su come l'istituzione che in questi tempi si fregia di questo ambizioso titolo non sia altro che una mera degenerazione, una visione distorta e sbagliata del concetto di istruzione.
Non vogliamo soffermarci sulle numerose carenze del sistema scolastico italiano sotto il profilo amministrativo, e per il momento scegliamo di sorvolare su quello scellerato patto che lega gli insegnanti con lo Stato: “Tu mi paghi poco, quindi devi pretendere poco”. No, non ne discuteremo ora, perché per criticare il presente c'è sempre tempo.
Ciò che invece ci preme è indicare una nuova strada, affrontare in modo costruttivo la problematica dell'insegnamento, dell'istruzione, delle grandi responsabilità che il sistema scolastico riveste nelle sorti dello stato, perché esso è la chiave del suo futuro, questo non dobbiamo scordarlo mai.
Noi studenti siamo i protagonisti dell'avvenire e siamo noi le gambe su cui correrà, camminerà o si piegherà il paese di domani.
Sembra un'evidenza, e invece l'attuale sistema scolastico sembra essere stato concepito con il perverso obiettivo di ostacolare la nostra intelligenza, la nostra creatività, sembra lottare contro i giovani. È invece partendo dall'importanza vitale dei giovani studenti che bisogna ricostruire il sistema. Ed è con questa convinzione che scriviamo queste righe, sperando che queste proposte siano accolte da qualcuno.
Il primo caposaldo da abbattere nella concezione di istruzione è quel degenere nozionismo che infesta il sistema di insegnamento.
Insegnare, educare non significa affastellare nella testa degli studenti decine di informazioni slegate, nozioni, formule, date, ecc. E inoltre dobbiamo sempre tener presente che una qualsiasi enciclopedia (per non parlare dello sterminato contenitore di Internet) può fornirci una quantità di informazioni su ogni sorta di argomento stratosfericamente più elevata di quella in grado di essere memorizzata nella testa di una persona. Se infatti l'alunno fosse solamente un contenitore da riempire, allora potrebbe essere tranquillamente sostituito con un computer.
No, insegnare significa prima di tutto costruire un ragionamento, insegnare a costruire un ragionamento. È evidente che bisogna apprendere un minimo sostrato di nozioni (sul linguaggio specifico della materia, ad esempio) per ragionare sulle materie di studio. Ma le nozioni sono il mezzo, non il fine.
Lo scopo dell'istruzione deve essere infatti quello di formare l'intelligenza, sviluppare l'autonomia del pensiero, collegare criticamente le conoscenze per trarne nuove conclusioni, porre nuove domande. Insomma, la finalità di un proficuo metodo di insegnamento non è quella di fornire la risposta bella e pronta, ma affascinare alle potenzialità infinite della domanda.
E per educare alla domanda, gli argomenti devono essere trattati con passione e con un metodo divulgativo che parta possibilmente dagli aspetti curiosi, dai particolari più “saporiti”, piccanti, che siano in grado di sollecitare l' “appetito” del discente.
L'insegnante non deve essere la mera fonte di spiegazioni fotocopia delle pagine del libro, deve essere soprattutto colui che è in grado di porre questioni, anche provocatorie, che sollevino il dibattito e il confronto tra gli studenti. È infatti nel dialogo, mai nel monologo unidirezionale professore-alunni, che si sviluppa la facoltà critica, si supera la timidezza, si impara a difendere le proprie posizioni ma anche ad accogliere quelle altrui, ed esso è anche il mezzo migliore per apprendere quella disciplina e quelle regole di pluralismo proprie della civiltà.
In questa ottica di collaborazione, l'insegnante deve anche proporre lavori a gruppi, in equipe per così dire, dove l'autonomia degli studenti e la loro capacità di lavorare assieme si affinano per prepararli ad un mondo del lavoro che si regge ormai esclusivamente sull'operato in team.
Con l'avanzamento nel ciclo di studi, è essenziale che la figura dell'insegnante assuma sempre più un “ruolo ombra” di organizzatore, lasciando man mano più spazio agli studenti stessi per la divulgazione delle conoscenze, apprese autonomamente e poi esposte alla classe. Non c'è infatti un metodo migliore di apprendimento che quello che ci costringe ad essere così preparati da poter insegnare a qualcun altro quanto studiato. Tra i tanti lati positivi di questo approccio prevale l'aumento della capacità espositiva, nonché la ricerca in proprio da parte dello studente di metodologie didattiche più in sintonia con il suo pensiero, metodologie che l'insegnante dovrebbe osservare e magari apprenderne qualche tecnica.
Il confronto costruttivo tra insegnanti e alunni deve essere un altro caposaldo di un corretto sistema didattico e deve essere accompagnato da un parallelo dialogo all'interno del corpo docente, dove discutere delle problematiche della classe, scambiarsi suggerimenti, od organizzare percorsi inter-disciplinari.
Le materie infatti non devono apparire come tanti cassetti separati, ma piuttosto collaborare per ampliare la mente del discente e svelare gli intrecci che spesso legano le discipline tra di loro. Tenere ogni materia di studio distinta dalle altre crea il pericolo di impartire una mentalità a “compartimenti stagni” incapace di affrontare e risolvere i problemi dalla vita affrontandoli da molteplici punti di vista.
Insomma, l'insegnante deve tornare a ricoprire quel ruolo di “maestro”, coinvolto in prima persona, con tutta la propria passione, nell'avventura dell'educazione di un nuovo cittadino, il discente. Purtroppo, invece, a questa impegnativa (ma molto gratificante) via, gli insegnanti hanno preferito arroccarsi in sé stessi per abbracciare la ben più comoda livrea di distaccato “professore”, mero fornitore di informazioni e verificatore delle nozioni.
È chiaro che diventare “maestri” sia enormemente più complicato ed impegnativo rispetto a “professori” e proprio per questo è necessario un percorso universitario adatto che formi l'aspirante insegnante impartendo, oltre agli argomenti della materia, anche, e soprattutto, lezioni di pedagogia, psicologia e didattica.
È infine evidente che l'operato degli insegnanti deve essere costantemente tenuto sotto controllo e valutato, sia da test oggettivi statali che dal parere degli alunni, così da privilegiare gli insegnanti migliori con gratifiche e aumenti di stipendio, e costruire una gerarchia meritocratica in grado di assicurare al paese il miglior corpo docente.
Questi sono solo alcuni suggerimenti che pensiamo siano dotati di buon senso ma che certo non possono esaurire il discorso sull'istruzione. Si è cercato di fornire alcune linee guida, ma tantissimi particolari e anche grandi questioni sono ancora da affrontare in modo critico e costruttivo. Ciò che rimane certo è che l'attuale sistema scolastico italiano non risponde a questi criteri, e c'è bisogno di una grande riforma sul concetto stesso di “scuola”.
Una rivoluzione che per essere espressa e proposta chiama in prima linea proprio noi studenti. Dimostriamoci all'altezza delle sfida.







