Quelli che, come me, abitano nell'hinterland milanese dalle parti di Segrate, Redecesio o Lavanderie, conosceranno forse la linea interurbana 924 dell'Atm, l'Azienda di Trasporti Milanese. Essa collega il comune di Segrate con la Stazione di Lambrate FS passando attraverso il Villaggio Ambrosiano, Rovagnasco, Segrate Centro, Redecesio, Lavanderie, Rimembranze di Lambrate ed, infine, Piazzale Bottini, dove si trova il capolinea.
Tempo di percorrenza: 30 minuti senza traffico, oltre tre quarti d'ora nell'orario di punta mattutina. Va da sé che in un tragitto così noiosamente lungo, ci si ingegni per passare il tempo.
Un pomeriggio di qualche giorno fa, ad esempio, mi è capitata una strana avventura.
Come innumerevoli altre volte, salgo alla mia fermata (il capolinea!) e mi siedo in un posto libero, attendendo che il carrozzone si metta in moto tra sbuffi, cigolii, ondeggiamenti, tremolii e un vero e proprio concerto di rumori meccanici, immancabile colonna sonora dell'intera tratta.
Il mio sguardo girovaga tra il paesaggio monotono delle vie, rimbalza un po' sui volti di quel minestrone di umanità che, come me, passa le mezz'ore della vita sui mezzi pubblici, ed infine incrocia la smorfia gialla della macchinetta che timbra i biglietti, il cui altisonante nome, dizionario alla mano, è “obliteratrice”.
Sollecitato da quella meccanica visione, infilo la mano in tasca, prendo il portafoglio e ne estraggo un biglietto da ben 1 euro e 55 centesimi (tratta interurbana). Scivolo pigramente fuori dal mio posto e, capitombolando tra uno scossone e l'altro, giungo fino alla bocca inespressiva del congegno.
E lì, dalle anticamere della mente, si insinua nella mia testa una vocina piccola piccola che mi sussurra un dubbio.
Ma, insomma, perché dovrei timbrare il biglietto? Alla fine i controllori sono pochi, e certo non sono in servizio a quest'ora del pomeriggio...dai, oggi non lo timbro e lo tengo buono per la prossima volta. Che male c'è?
Sono immobile davanti alla macchinetta, con questa vocina mielosa che mi impregna il cervello e cola un po' dappertutto, sciogliendo il guscio della quotidianità con la sua insistente domanda. Le sue paroline si infilano nei gangli della mia testa e toccano una cosa molto personale: ce l'abbiamo tutti, anche se non tutti ne siamo ugualmente consapevoli. Si chiama “etica”.
Un nome pomposo, decisamente, ma che entra in gioco tutti i giorni. Ad esempio quando si tratta di pagare o meno il biglietto dell'autobus.
Rinfodero il biglietto e decido di ritornare al mio posto per riflettere bene.
E chi vi trovo ad aspettarmi, accoccolato nel suo metro e cinquanta scarso di statura, con un sorrisetto stampato sul volto affilato e due occhietti furbi e penetranti? Immanuel Kant, in persona!
Mi saluta e con un cenno della mano mi invita a sedermi sul sedile a fianco. Accetto l'invito, gli stringo la mano e cerco un argomento adeguatamente complicato ed oscuro per mostrarmi all'altezza del mio interlocutore. E invece, l'unica cosa che mi rotola fuori dalla bocca, come se fosse stata composta dalla mia lingua senza l'ausilio del cervello, risulta essere: “Ma lei l'ha pagato il biglietto?”.
L'omino sorride, poi corruga l'ampia fronte e afferma: “Domanda interessante!”
Kant si accomoda meglio sul sedile, mi sbircia con sguardo penetrante, e continua: “Beh, insomma, la filosofia nasce anche così! Siamo un po' tutti filosofi, quando abbiamo un problema davanti e tentiamo di rispondervi. Qualsiasi problema è degno di nota, perché ogni domanda è una porta che spalanca un mondo. Ad esempio, guarda qua – Kant mi mostra il suo biglietto: Konigsberg 1864 – Segrate, linea 924, 2008 - anch'io ho il biglietto, proprio come te, e devo decidere se timbrarlo o no. Sono cioè di fronte ad una scelta. Cosa fare? Ci sono varie risposte. Per esempio, potrei obliterarlo perché, se non lo facessi, il controllore mi farebbe la multa. Oppure potrei timbrarlo soltanto questa volta e rinunciare a darmi una regola generale, rimandando il problema alla prossima volta. Ammetto che questa soluzione mi attira, perché così almeno sarei impegnato per le prossime noiose mezz'ore.”
In effetti, quella poteva essere un'idea, annuisco io. Però non potevo farmi sfuggire Immanuel Kant in persona, quindi tanto valeva sfruttarlo un po' per ricavare una norma generale di comportamento. Insomma, su quell'autobus stavo giocando la partita per la mia etica personale. Mica uno scherzo, no? Comunque, Kant aveva già ripreso a parlare, e dovevo stargli dietro, anche perché ormai eravamo già a Redecesio, non mancava poi così molto all'arrivo:
“L'ultima possibilità che di cui ti ho parlato potrei chiamarla massima. Vale soltanto per me, Immanuel Kant, o per te, e non ha la pretesa di avere un valore universale. Però, se esiste una 'legge morale' con cui regolarci in materia di obliterazione di biglietti, non può essere questa la strada da percorrere. Potrei allora optare per una sorta di imperativo, un comando escogitato dalla mia ragione atto a regolare la mia vita. Questa prescrizione potrebbe essere del tipo: 'devo timbrare il biglietto, perché, se non lo facessi, incorrerei nella multa'. Ci sono un sacco di regole morali impostate sulla forma 'Se...devi'. Però sono terribilmente zoppe, non trovi?”
La smorfia dubbiosa dipinta sul mio volto era abbastanza eloquente. Perché un “Se...devi” non dovrebbe andar bene? In fondo, le leggi prevedono sempre una punizione se le si infrange, e inoltre mi piace pensare che alla fine ci sia un premio per le azioni giuste.
Kant annuisce, ma risponde: “Sono cose vere, però un'azione fatta solo perché c'è un premio o una punizione non è disinteressata, ma piuttosto la definirei utilitaristica. E qualcosa di utilitaristico stona con la mia concezione di morale. L'azione morale dovrebbe invece essere autonoma, slegata, insomma 'pura' e completamente 'altruistica'.”
E come dargli torto? Mi sentivo un po' un vigliacco: insomma, non fare qualcosa soltanto perché c'è una punizione non è molto coraggioso. E fare qualcos'altro solo perché c'è un premio mi fa sentire o un'ipocrita o il classico asinello che segue la carota.
Ma l'omino è gioviale e rinnova ancora il suo sorriso affabile:
“Rimane un'ultima strada da percorrere: timbrare il biglietto perché è giusto timbrare il biglietto. Sembra un paradosso, lo ammetto, ma il 'dovere per il dovere' è l'unica soluzione davvero altruista e davvero giusta.”
Questa storia del “Dovere per il Dovere” mi suonava molto rigida, quasi un po' troppo rigorosa. E poi come facevo a decidere nella vita quotidiana se qualcosa era giusto o meno? Non l'avevo ancora capito!
“Beh, è una risposta davvero lunga, complessa e difficile...e forse non esiste neppure! Però puoi porti questa domanda: 'Se tutti facessero come faccio io, si starebbe bene?' Se nessuno pagasse il biglietto, ad esempio, che ne sarebbe del servizio?”
Borbotto qualche parola smozzicata, osservando il mio famoso biglietto, poi però decido che l'omino ha ragione. Sorrido, mi alzo e oblitero il protagonista di questa storia. Ormai siamo praticamente arrivati, stiamo costeggiando la rotonda di Rimembranze di Lambrate. Però c'è tempo per un ultima domanda: “Tuttavia, avrei potuto sempre non timbrare il biglietto...come la mettiamo?”
Kant mi fissa con i suoi penetranti occhi castani, e poi mi risponde: “Naturalmente. La Libertà è il presupposto di ogni etica. Quindi la Libertà è prendersi la responsabilità delle proprie azioni, la Libertà è agire dopo aver pensato e riflettuto...insomma, la Libertà è faticosa e bisogna sudarsela! Ma, ricordati, che essa rimane il più alto valore umano...”
Fssssh! Le porte si aprono con un fischio. Mi sveglio di soprassalto stropicciandomi gli occhi e mi volto a destra e a sinistra per vedere dove fosse finito Kant. Poi mi metto a ridere e realizzo che è stato tutto un sogno, un buffo sogno dettato dalla verifica di filosofia del giorno dopo. Scendo dalla 924, mi avvio verso la metropolitana e infilo una mano in tasca. Ci trovo qualcosa: un biglietto.
C'era scritto: “Konigsberg, 1864 – Segrate, linea 924, 2008”.
Ed era timbrato.






