sabato, 20 settembre 2008

razzismoPrime luci dell'alba di una domenica qualsiasi nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Immaginate: il palcoscenico è la Città che lentamente si risveglia, verso le cinque del mattino, è la metropoli che sbadiglia e si stiracchia come un'enorme animale e si prepara, volente o nolente, a gettarsi un altro giorno ancora nella veloce, frenetica sua vita, intreccio delle vite di due milioni di abitanti che sono il suo corpo, le sue vene, il suo sangue.

Centinaia, migliaia di storie nascono, si propagano, entrano in contatto, si allacciano, si allontanano. E alcune si spezzano. Altre, vengono spezzate. Alcune, recise. Con la violenza di una spranga che cala, colpisce, cala, colpisce, cala e colpisce ancora e ancora. E ancora. Finché il battito del cuore di una storia smette di ritmare i respiri della vita – e la spranga ha divorato la vita di un ragazzo di 19 anni.

La storia è quella di Abdul, la spranga è quella utilizzata da un padre e da un figlio che, assieme, l'hanno ammazzato con una ferocia e una violenza terribili.

Il lunedì seguente, i giornali titolavano in prima pagina su questo atto barbarico e dubito che qualcuno abbia potuto ignorare facilmente la notizia, o svoltare la pagina senza porsi, per almeno qualche secondo, delle domande.

Esistono delle notizie che ci sconvolgono, perché toccano quella che reputiamo essere la nostra natura più intima, si scontrano con i nostri

+valori e ci impongono una riflessione su noi stessi, sugli altri, sul nostro rapporto con il mondo. E senz'altro, casi come questi fanno sanguinare la nostra emotività, e la reazione di sdegno passa necessariamente dal cuore. Il sentimento è assolutamente normale, anzi sarebbe pericolosissima un'indifferenza emotiva. Una giusta rabbia, un forte senso di distanza e di deprecazione ci devono infiammare contro atti simili.

Tuttavia, la nostra reazione non si deve esaurire nel torrente di emozioni. Esse sono un'ottima piattaforma di partenza, e spesso intuiamo attraverso il sentimento cosa è giusto e cosa è sbagliato, e non necessariamente attraverso la ragione.

Però è quest'ultima lo strumento che dobbiamo impiegare che riflettere, per analizzare e, soprattutto, per tentare una risposta e commutare eventi terribili in uno sprone all'azione, in una tensione verso la risposta. Limitarci a piangere o ad arrossire d'ira è un errore. Un errore facile in cui cadere, perché, nonostante tutto, ci soddisfa la coscienza e in un certo senso ci fa dire a noi stessi: “La mia parte l'ho fatta. Ora posso pure dimenticare tutto”.

Mi rendo perfettamente conto che con un'opinione simile, che forse apparirà sentenziosa o provocatoria, avrò urtato qualcuno. Ma l'intenzione non è affatto ostile e invito tutti a seguirmi nel ragionamento che segue, posponendo la critica alla lettura totale dell'articolo.

Dunque, il primo aspetto che secondo me dobbiamo notare in questo crimine è la sua dimensione assolutamente straordinaria. Questo è un concetto fondamentale che vi chiedo di memorizzare perché ci tornerà utile più avanti. Parlando di “straordinarietà del crimine”, io intendo affermare che, alla stragrande maggioranza della popolazione, non salterebbe mai in testa né di imitare un'azione simile né di giustificare i suoi responsabili. In altre parole, la condanna è, giustamente, unanime e univoca.

Il secondo aspetto da considerare è la componente razzista dell'aggressione, perché gli insulti di “sporco negro” e simili non lasciano spazio a dubbi. È questo lato che è stato messo sotto i riflettori, scritto in grassetto nei volantini ed è con lo stemma del “no al razzismo” che sono scesi in piazza cortei e manifestazioni, già una a Cernusco sul Naviglio, a cui seguirà una seconda sabato 20 a Milano.

Infine permane un terzo aspetto, e cioè l'assurda ferocia del crimine, la smisurata reazione di due uomini in risposta ad un piccolo furto, cioè un motivo decisamente futile.

Ora dobbiamo cercare di ricomporre l'unità di questi fattori (a cui senz'altro ne partecipano di altri, ma penso che i maggiori siano questi) e trarne un'interpretazione valida.

Partirò con il secondo aspetto, e cioè la supposta matrice razzista e xenofoba dell'aggressione. Io credo che non ci sia alcune dubbio sulla presenza di questa componente, ma non concordo sulla sua preminenza. Per giustificare questa mia lettura, farò riferimento alla straordinarietà del crimine a cui accennavo prima.

Mettiamo anzitutto in chiaro che il razzismo è un fenomeno sociale con una base comune ed una condivisione diffusa da parte della popolazione. Esso scaturisce da molte motivazioni, come il disagio sociale, il senso di pericolo ed insicurezza diffuso, il bisogno di reperire un capro espiatorio, ecc.

Il punto fondamentale è però la natura sociale del razzismo, la sua capillarità, la sua penetrazione nella mentalità comune: il razzismo è un cancro degli ideali che si diffonde silenziosamente, senza clamore, fino a pervertire completamente i valori di uguaglianza, rispetto reciproco, dignità umana e giustizia. L'esito finale di questa infezione è la natura più pericolosa e più difficile da sradicare di ciò che chiamiamo male: ovverosia, la sua banalità.

La banalità del male, il suo essere dato per scontato, il tacito assenso irriflessivo che gli viene concesso. Il sonno della ragione, l'oblio della facoltà critica.

Tutto ciò è l'esatto contrario della straordinarietà, che anzi è percepita subito, perché ovviamente appariscente ed emotivamente coinvolgente.

È per queste motivazioni che non mi trovo concorde nel definire l'aggressione ad Abdul come un esempio tipico di razzismo, o come la spia della diffusione sociale del razzismo. Ripeto, è presente la componente razzista e i due criminali avrebbero avuto più esitazione con un “bianco”.

Tuttavia, non possiamo aspettarci che la sirena d'allarme del razzismo sia così appariscente, proprio perché la natura “silenziosa” di quest'ultimo fa sì che esso si manifesti in aspetti più ampi e meno espliciti della mentalità collettiva.

Aggiungerei anzi che sono proprio il grande risalto mediatico, la mobilitazione delle coscienze e le manifestazioni, tutte azioni che reputo assolutamente encomiabili e giuste, a segnalarci la non condivisione e la non giustificazione di questo crimine. Ricordiamoci però che spesso fatti straordinari come questo ci accechino e mettano in ombra i veri indizi del male sociale del razzismo, a cui invece dovremmo prestare maggiore attenzione e vigilanza, proprio perché di non immediata riscontrabilità.

E infine vorrei far notare che questa lente deformante con cui è stata letta la vicenda ci ha impedito di osservare l'orrore più profondo e disumano di questo crimine, il suo terzo aspetto: dimentichiamoci dell'etichetta di “nero” per Abdul, abbandoniamo tutte le etichette e comportiamoci da veri Cittadini del Mondo, da fratelli nell'umanità. Rendiamoci conto di quanto sia terribile ciò che è avvenuto.

Non due bianchi che picchiano fino alla morte un nero. Non due commercianti contro un disoccupato. Non due italiani contro uno straniero: no.

Sono stati due esseri umani, un padre ed un figlio, che hanno ammazzato senza motivo un altro essere umano, un loro fratello.

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categoria:attualità
domenica, 07 settembre 2008

sogno

Cos'è che ci distingue dagli animali? Qualcuno parlerà del pollice opponibile, qualcun altro tirerà in ballo il linguaggio, qualcun altro ancora affermerà che non c'è alcuna differenza tra l'uomo e gli altri animali, dato che siamo tutti parte del tutto Natura.

Grandi pensatori, da Aristotele in avanti fino ai moderni biologi, hanno tentato di dare una risposta a questa domanda.

Io penso che ciò che davvero ci rende esseri umani sia sognare.

Una risposta scontata? Un po' banale, diranno alcuni.

Mi piacerebbe tuttavia invitarvi a riflettere un attimo sulla portata incredibile del sogno. Innanzitutto, vorrei precisare che utilizzo il termine “sognare” nella sua accezione più ampia e ricca di significato: non mi riferisco soltanto ai sogni concepiti sotto le coperte, anzi, indico soprattutto quelli partoriti alla luce del sole, i sogni ad occhi aperti.

Sognare ad occhi aperti, insomma. Non è difficile a questo punto percepire il coro dei materialisti, le battute dei cinici, gli sberleffi di molti e il dubbio di tanti.

Sognare ad occhi aperti? Un'attività inutile, dispendiosa, che non rende: una perdita di tempo!”: ecco cosa li sento dire. Prima ironici, poi con rabbia pretendono di richiamarti “con i piedi per terra”.

E invece no. Perché a terra si striscia, e invece noi siamo fatti per spiccare il volo e spiegare le ali.

E il motore sono i sogni. La propulsione si chiama fantasia, quel misterioso aspetto della natura umana che sta in bilico sul filo della realtà e si abbandona volentieri al cielo infinito dell'irreale.

Eh sì, perché i sogni sono fatti di questo: irrealtà. Non sono fatti di nulla, allora? Non è così, invece. È questo il lato più fantastico della mente umana: percepisce ciò che non c'è, plasma il futuro, costruisce castelli magnifici su fondamenta inesistenti.

L'arte, la letteratura, la filosofia e perfino la scienza, non sono altro che interpretazioni, costruzioni mentali della potenza sognatrice dell'uomo. Il sognare è la tensione che ci spinge avanti nel fiume del tempo, è la fonte da cui nasce il concetto stesso di futuro e da cui germinano i suoi figli “presente” e “passato”.

Il futuro è quella vaporosa sede verso cui convergono i desideri. E i desideri sono sempre espressioni di un bisogno di un quid che non abbiamo e che, perciò, non alberga nel nostro presente, ma abita nella regione del futuro, pascola nelle ampie distese del sogno.

Tuttavia, ciò che sarà è un incognita. Se qualcuno l'abbia deciso, se il “futuro sia scritto”, nessuno lo sa, certamente io preferirei non saperlo.

E come ogni cosa sconosciuta, l'incertezza del futuro mina le basi della nostra presente sicurezza. Sì, perché in ognuno di noi convivono due correnti: una tensione verso l'ignoto, verso la scoperta, verso il futuro, e un'altra che ci ancora a ciò che abbiamo, al passato, all'immobilità tranquillizzante della tradizione. Chiaramente questa è una semplificazione sicuramente eccessiva dell'animo umano, però penso che renda l'idea e spieghi a grandi linee almeno una parte del conflitto insito, più o meno consciamente, in ciascuno di noi.

Penso che si possa leggere l'intera storia umana utilizzando come chiave di lettura il rapporto tra queste due correnti, il rapporto realismo/sogno: in altre parole, possiamo tentare di percepire lo “spirito di un'epoca” osservando come i suoi abitanti si rapportavano con il sogno, con la fantasia, con l'immaginazione. Con il futuro.

Prendiamo due esempi: il basso medioevo e l'Illuminismo.

Nel basso medioevo la volontà del cambiamento, cioè la tensione verso il futuro, era, prevalentemente, soffocata da un piatto immobilismo, uno stato mentale collettivo che si rifletteva nell'economia di sussistenza, nella ristrettissima diffusione della cultura e in una serie di altri fattori che contribuivano a plasmare un “tipo antropologico” chiuso, tradizionalista, refrattario alle novità e immerso in un costante ed immutabile presente.

Analizziamo invece l'Illuminismo. Ci appare evidente una totale differenza in quello che abbiamo chiamato rapporto realismo/sogno: nella classe intellettuale e nella borghesia si era diffuso un forte ottimismo verso il futuro, una chiara volontà di migliorare la situazione e anche una dimensione rivoluzionaria che è infine sfociata, come sappiamo, nella rivoluzione francese con le sue grandi conquiste e, ricordiamolo, le sue inevitabili contraddizioni.

Ripeto, sono analisi molto generali e senz'altro poco approfondite, ma mi servono per mostrare come la chiave di lettura sia utile ed applicabile, perché essa scaturisce dall'analisi di alcune caratteristiche costanti dell'animo umano, come ho cercato di esporre all'inizio dell'articolo.

Ebbene, se noi ora volessimo volgere la nostra “lente del sogno” verso l'epoca contemporanea, verso il frangente storico in cui noi stessi viviamo, quali conclusioni potremmo trarne?

È doveroso premettere che analizzare l'oggi è molto più difficile che districare lo ieri, soprattutto perché molte informazioni non ci sono accessibili e non siamo nemmeno dotati di quel senso di distacco che ci consente una sorta di volo panoramico sul paesaggio storico, sulla sua selva di eventi e di rivoli che non sempre sono legati dal principio di causa ed effetto.

Detto questo, ciò che mi sembra di percepire è una generale paralisi del sognare. Parlando con le persone, e soprattutto con i giovani, con i ragazzi, emerge un pessimismo verso il futuro, un senso di de-responsabilizzazione (il solito “E che ci posso fare io?”) che è a dir poco inquietante. Se coloro che hanno tutta la vita davanti non provano interesse per essa, chi può farlo?

Se coloro che hanno in corpo tutte le energie non si impegnano per sé stessi, cosa ne sarà del futuro?

Percepisco una deriva intellettuale, un appiattimento, un'omologazione ed una sfiducia in sé stessi molto pericolosi. I grandi mutamenti nell'equilibrio internazionale, l'altalena dei poteri economici, l'ascesa di nuove superpotenze e il declino del vecchio occidente sono tutte sfide che, al contrario, necessitano di nuove energie, di menti fresche e di teste pensanti.

È il momento di svegliarsi. E ricominciare a sognare. Più forte che mai.

postato da: vanghelis alle ore 19:41 | Permalink | commenti
categoria:sognare politica