lunedì, 27 aprile 2009

Friedrich_Wanderer_above_the_Sea_of_FogA tutti coloro che credono nella libertà.

A tutti coloro che credono nella libertà di chiedersi cosa sia - la libertà.

A tutti coloro che amano. E per questo si domandano ogni giorno cosa sia l'amore.

A tutti coloro che non abboccano ai dogmi e alle ideologie.

A tutti coloro che, ciononostante, credono ancora in qualcosa.

A tutti coloro che vedono un mondo nero. Ma lottano per farlo diventare bianco.

A tutti coloro che hanno capito che teoria e prassi sono le due facce di una stessa medaglia.

A tutti coloro che vogliono sognare forte. Ma sanno che per farlo devono tenere i piedi per terra.

A tutti coloro che sono rivoluzionari, e non semplicemente ribelli.

A tutti coloro che sanno dire “No”, ma sono così forti da dire anche qualche “Sì”.

A tutti coloro che odiano l'indifferenza.

A tutti coloro che si indignano ma sanno mantenere il sangue freddo.

A tutti coloro che hanno compreso che contano più le domande che le risposte.

A tutti coloro che sanno accontentarsi senza rassegnarsi.

A tutti coloro che diffidano dei martiri, perché sanno che il vero eroismo è la vita.

A tutti coloro che odiano l'erudizione perché amano la cultura.

A tutti coloro che conservano un fiore in mezzo all'inferno.

A tutti coloro che non sono così arroganti da essere sicuri di sé. Ma, ciononostante, sanno scegliere da che parte stare.

A tutti coloro che pensano, quindi sono.

A tutti coloro che hanno il coraggio di essere umili e sinceri con l'altro sesso. E per questo sopportano tanti Due di Picche.

A tutti coloro che sono coraggiosi e non si vantano di esserlo.

A tutti coloro che sanno di essere soli e senza scuse.

A tutti coloro che, dopo essere stati ad un funerale, fanno l'amore.

A tutti coloro che non confondono l'umiltà con l'umiliazione.

A tutti coloro che hanno capito che usare la testa è il modo migliore per non chinarla mai.

A tutti coloro che sono fermamente convinti che un uomo possa sempre fare di più di ciò che è stato fatto di lui.

A tutti coloro che ascoltano le parole ma anche il silenzio.

A tutti coloro che si inchinano ma non abbassano gli occhi.

A tutti coloro che ripudiano la guerra, ma sanno apprezzare il valore del conflitto.

A tutti coloro che sanno che per essere coerenti bisogna lasciare irrisolta qualche contraddizione.

A tutti coloro che tengono nascosto nel libro di matematica una raccolta di poesie.

A tutti coloro che risolvono equazioni tra i versi di una poesia.

A tutti coloro che sanno che oltre alle nuvole c'è il sole, e oltre il sole, soltanto l'abisso.

A tutti coloro che, in tempi bui, accendono una luce.


A tutti voi, io dico - Grazie.

E vi invito a resistere.

Perché c'è un dannato bisogno di gente come voi.


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categoria:sognare politica
mercoledì, 11 marzo 2009

magritteIntroduzione

Uno degli aspetti più interessanti del vivere sociale dell'uomo è il rapporto che lega il singolo con la società: le modalità con cui questo gioco si consuma cono utilissime per indagare più generalmente il rapporto tra il “sé” e l' “altro”, per illuminarne alcune dialettiche, certe dinamiche che possono essere ricondotte a determinate istanze fondamentali.

Ovviamente tali istanze hanno valore astratto, perché nella vita psicologica della coscienza singola queste tendenze si intrecciano, si mescolano, si amalgamano ed si fondono in molteplici tipi di interazioni.

Per indagare il rapporto Io/altri, soggetto/mondo abbiamo a disposizione la testimonianza letteraria di molti autori ed in particolare sono di maggiore utilità conoscitiva quelli che si concentrano sull'introspezione lirica, sulla riflessione interiore, coloro che redigono la “storia di un'anima”.

Nel panorama italiano ottocentesco l'esempio più efficace per i nostri interessi è l'opera di Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 – Napoli, 1837): l'evoluzione della sua poesia e della sua concezione del mondo ci fornisce una vasta gamma di quella modalità di rapporto Io/altri che ci proponiamo di indagare.


Modalità Zero: l'Io ripiegato

Ci troviamo di fronte al “grado zero” del rapporto Io/altri: il focus è totalmente concentrato sull'autoanalisi e la riflessione non si propone carattere universale: è il Leopardi dei “piccoli idilli”, è il Leopardi dell' “Io mi fingo” dell'Infinito. L'Io permane ripiegato sugli squarci della propria esperienza autobiografica e pertanto si esprime in termini intimistici.

Se la Modalità Zero risulta totalizzante nei rapporti dell'individuo con l'esterno essa può degenerare in una chiusura autistica che taglia ogni ponte con l'altro-da-sé.


I Modalità: Tensione Universale dell'Io

Tuttavia questo non avviene perché Leopardi, già nell'esperienza delle Canzoni, matura un processo di universalizzazione dell'Io: esemplare risulta l'Ultimo Canto di Saffo, in cui il soggetto lirico “noi” oscilla tra il pluralis majestatis e il noi inteso come equivalente di “umanità”.

L'universalizzazione dell'io trascina naturalmente con sé l'universalizzazione delle proprie credenze, della propria visione del mondo, che vuole assurgere a verità extra-individuale di cui l'Io è scopritore e non più creatore. Questa esternazione della propria concezione del reale ha un'importante funzione di rassicurazione e rinforzo delle proprie convinzioni, che si trasformano in oggettive: l'Io diviene allora profeta di una verità-altro-da-sé. È dunque inevitabile il conflitto con altre individualità, lo scontro con concezione del mondo diverse che rivendicano per sé la verità. Cioè estrania l'Io: è il suo momento di solitudine.


II Modalità: la Solitudine dell'Io

Il tema della solitudine, spia di questa modalità, è ampiamente presente nella produzione leopardiana, per esempio nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, nel Dialogo della Natura e di un Islandese e nel Canto Notturno di un Pastore errante dell'Asia centrale. Oltre ad una solitudine concretamente fisico-spaziale, si riscontra anche una solitudine di tipo intellettuale. L'Io però non si rassegna e traendo forza proprio dalla sua unicità distintiva, scatena la battaglia per le proprie idee. L'Io è pronto a fronteggiare la competizione agonistica contro qualcuno o qualcosa: perviene alla lotta titanica.


III Modalità: il Conflitto Titanico

La vena titanica ha una lunga tradizione in tutto il Romanticismo Europeo (cfr. I Masnadieri di Schiller) ed anche in ambito italiano ne troviamo esempi nelle opere di Alfieri e Foscolo, l' Ortis su tutte. La qualità che rende così attraente la prospettiva titanica è l'apparente sconfitta dell'eroe: in realtà, proprio attraverso il confronto conflittuale, l'Io celebra la potenza delle proprie idee, e la “sconfitta” apparente regala una “vittoria” in un ambito superiore.

Leopardi sviluppa la tematica titanica soprattutto nell'ultima fase del suo pensiero, nelle opere che possono considerarsi il suo “testamento spirituale”: il Dialogo di Tristano e di un Amico per la prosa e la Ginestra per la poesia. Nel primo testo il poeta polemizza aspramente contro chi professa una visione ottimistica, ingenua, della realtà e della Natura, schernendo in particolare coloro che osano attribuire il pessimismo dell'autore alla sua infermità fisica. Qui lo scontro tra Io e altri è condotto sia con le armi dell'ironia (falsa palinodia delle proprie convinzioni) sia con la stringente argomentazione razionale: l'Io mette in campo tutte le proprie facoltà per difendere ciò che pretende essere la verità. In effetti, questa è una difesa vitale, perché deve assicurare la sopravvivenza del cardine della propria interpretazione del mondo: se questo cedesse, l'Io vedrebbe annullata la propria unicità e quindi sarebbe annichilito sé medesimo.

Ne la Ginestra Leopardi avanza ulteriormente nel proprio pensiero, fino a giungere ad una conciliazione fra Io e altri che trova espressione nella quarta modalità.


IV Modalità: Universo a Misura dell'io o Trionfo Narcisistico

In questo testo, infatti, Leopardi propone, come “tampone” o antidoto alla sofferenza dell'uomo (che poi è la sua sofferenza) la consociazione di tutti gli esseri umani contro il comune nemico, la “Natura matrigna”.

Notiamo però che tale associazione solidaristica in vista della “guerra comune” (cfr. vv 129-135) è possibile soltanto se le altre coscienza abbandoneranno il proprio sistema interpretativo del mondo per abbracciare quello caratteristico di Leopardi: in altre parole, la solidarietà di tutti si fonda su una conformazione di tutti all'idea dell'Io.

Trova così sfogo l'estremo desiderio della sua componente narcisistica: la negazione del proprio alterarsi in funzione del mondo e l'alterazione del mondo in funzione di sé. In questo senso parliamo di universo a misura dell'Io.


Conclusioni

Come precisato in partenza, la modalità sopra espresse sono entità astratte e senz'altro l'Io persegue alcuni desideri (come l'estrema “ego-formazione” narcisistica dell'universo) in maniera inconscia e le osservazioni riportate nell'articolo non intendono assolutamente sminuire la concezione del mondo leopardiana: lo scopo era quello di mostrare sotto una diversa ottica, un'ottica dinamica, dialettica, evolutiva, psichico-esistenziale, lo sviluppo di un pensiero che ha, indipendentemente da quanto qui scritto, dei caratteri geniali e di grande profondità umana e filosofica. Ovviamente, anche la concezione qui esposta rientra nel desiderio di “affermazione” (volontà di potenza) proprio di chi scrive, e pertanto ha valore soggettivo (cfr. modalità I, II, III e IV)

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categoria:cultura, filosofia
lunedì, 16 febbraio 2009

blablaGiardino dell'Eden, Inizio dei Tempi (minuto più, minuto meno) – dal nostro inviato. Angelici lettori e lettrici, giungono importanti novità circa l'ultimo affare capitato sotto gli occhi della Direzione – il cosiddetto “affare Uomo”. Nonostante la diffidenza espressa nelle ultime decine di migliaia di anni da molte Cerchie Angeliche, il Capo ha insistito nella supervisione di ciò che per molti non è altro che una curiosa perdita di tempo. Il Capo ha ufficialmente dichiarato, al contrario, che questo “scherzo dell'evoluzione naturale” è qualcosa di notevole, a cui destinare un'ingente quantità di attenzione (e di fondi dei contribuenti). Ripercorriamo brevemente le principali tappe dell'Affare Uomo.

Tutto è iniziato nel continente africano, quando un nuovo ceppo di “ominide”, affettuosamente soprannominata dal Capo “Adamo”, ha iniziato una lenta evoluzione. Nonostante le molte tare corporee di questo primate senza pelliccia (tare che avevano suscitato una certa ilarità nelle Cerchie, dove pare che qualche cinico avesse organizzato un giro di scommesse su quale predatore lo avrebbe divorato per primo) dicevamo, nonostante le mancanze a livello strutturale, o forse proprio a causa di esse, Adamo si è dimostrato superiore a molti avversari biologici, giungendo addirittura a guadagnarsi i primi posti sul podio dei cacciatori. Seppure qualche maldicenza attribuisca questo successo agli interventi della Direzione, dall'Alto negano di averlo in qualche modo favorito.

Comunque sia, l'Uomo, passando attraverso vari stadi, ha sviluppato una serie di tecniche nuove che senz'altro meritano il plauso delle Cerchie: dopo la conquista della posizione eretta su due arti, ha imparato lentamente a maneggiare strumenti rudimentali per aumentare i propri successi nel reperimento del cibo, tanto che la struttura della mano di Adamo si è modificata fino a produrre un pollice “opponibile” adatto ad afferrare oggetti esterni. Potenziando la sua precedente eredità di primate, Adamo ha aumentato esponenzialmente il suo numero di relazioni con elementi della sua specie, cioè la sua socialità, fino a generare quella che, secondo il Capo, è la maggior invenzione di Adamo: il Linguaggio, una novità assoluta nella storia dell'universo.

Il Linguaggio è il più efficace strumento di rapporto che Adamo possieda per relazionarsi sia con l'esterno, con l'altro da sé, sia con il suo interno, cioè il sé.

Nella storia dell'evoluzione naturale si erano già sviluppati sistemi di comunicazione tra esseri differenti, e ci si potrebbe chiedere perché Adamo non si sia fermato a semplici sistemi di versi atti a proiettare istantaneamente la sfera istintivo-emozionale del singolo verso l'esterno, com'è stata la scelta evolutiva di altre specie.

In realtà, anche l'ancestrale sistema umano è nato da questo primigenio istinto di comunicazione sociale: anche Adamo, quando si feriva o si trovava in pericolo, emetteva versi sonori per avvertire gli altri elementi della comunità, cioè per accrescerne le possibilità di sopravvivenza.

Quando poi Adamo ha conquistato la posizione eretta, una nuova prospettiva si è aperta di fronte ai suoi organi di senso, ed in particolare il numero di dati visivi si è moltiplicato enormemente, costringendolo ad un maggiore stress intellettivo.

Sono allora nate le prime “parole”, oggetti difficilmente comprensibili per la struttura della nostra mente: esse erano un intreccio inestricabile di diversi elementi, un magma dove confluivano e si compenetravano il momento emotivo interiore e l'esigenza di comunicazione con il resto della comunità. Quest'ultimo poi si concretizzava, simultaneamente, sia nell'espressione sonora che nel sistema di gestualità corporea; il tutto serviva a moltiplicare il numero di canali utili a comunicare il messaggio: un messaggio di natura polisemica e che trascinava con sé una quantità di associazioni sensoriali molto concrete come “felicità” o “dolore” o “rabbia”, ecc.

Le prime “parole” (o meglio, la loro componente fonetica) erano solo vagamente arbitrarie come nella nostra lingua, ma erano un amalgama di verso emotivo, gesto e un embrionale nucleo di idea astratta. Era questo nucleo astratto a consentire il legame della “parola” con diversi schemi di mondo esterno, accomunati da una “radice” comune di somiglianza. Per fare un esempio, quando un elemento del gruppo avvistava e riconosceva un rifugio (schema di dati sensili esterni) e intendeva comunicarlo alla comunità, pronunciava sia l'aspetto fonetico della parola “caverna”, sia attuava l'atteggiamento corporeo (gesti, mimica facciale, ecc.) che ne era parte integrante, cosicché risultasse comprensibile il messaggio “caverna = riparo, felicità, riposo, piacere” in tutte le sue possibili accezioni, sfumature e associazioni sensoriali.

Un altro aspetto interessante del Linguaggio delle Origini è la sua natura in parte sociale ed in parte elitaria. La dimensione sociale entra in gioco nel momento in cui la “parola” (nel significato esteso che abbiamo visto) è codificata come rito sociale, come elemento unificatore e fondante della comunità, che nell'espressione delle “parole” trova un momento corale, “catartico”, di intima comunione sociale.

La dimensione elitaria si concretizza invece nel dominio che pochi individui hanno riguardo al processo creativo del linguaggio, cioè all' “invenzione” di nuove parole. Questi elementi particolari della comunità rivestono un ruolo di notevole potere perché sono in grado di consegnare al gruppo il nome delle cose, sono in grado di nominare il mondo, cioè hanno il “dono” di parcellizzare il molteplice divenire dell'esperienza sensibile in un insieme finito di elementi singoli semplici e rassicuranti, in grado di tranquillizzare l'individuo frastornato dal caotico insieme di eventi provenienti sia dall'ambiente esterno che dalla sua sfera interiore.

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categoria:cultura, filosofia
lunedì, 29 dicembre 2008
marx

Sera del ventitré dicembre: l'anti-vigilia di Natale.

Mentre affondo i denti in una soffice fetta di Pandoro rifinisco gli ultimi addobbi. Sbuffo una piccola nuvoletta di zucchero candido e guardo fuori dalla finestra. Oltre i doppi vetri, all'esterno, dove non arriva il tepore del fuoco che scoppietta nel camino, una leggera coltre gelida di nebbia ghiacciata sta allungando le sue dita scheletriche sulle ombre proiettate dai lampioni. Un brivido mi attraversa la schiena e mi volto verso le tinte calde e soffuse del salotto, imbracciando un pesante piumino dentro il quale mi avvolgo voluttuosamente, afferrando il libro che giace sul tavolino di fianco. Immerso nell'abbraccio della coperta, con lo stereo che sgocciola le dolci note dei Dire Straits, affondo gli occhi nelle pagine. Lentamente, le righe si intrecciano, le lettere danzano con il fuoco, si fondono con la musica, ed infine svaniscono...

...

TUMP!

Tud!

Ahi!”

Apro gli occhi. Il salotto è immerso in una calda oscurità. Realizzo di essermi addormentato sul divano. Lancio una veloce occhiata all'orologio: mezzanotte passata. L'ora dei fantasmi. Ma i fantasmi non dicono “Ahia”, di solito. Immobile nel buio, tendo l'orecchio e trattengo il respiro.

TUM!

Viene dal camino, ne sono sicuro. Dopo qualche secondo, la canna fumaria starnutisce un manciata di fuliggine. Mi alzo senza fare rumore e impugno silenziosamente una delle palette di ferro del camino. Sono abbastanza perplesso, però. Quale ladro si calerebbe dal camino? E con le braci ancora roventi sotto la cenere, oltretutto! Mentre attendo ulteriori sviluppi, incrocio con lo sguardo il calendario dell'avvento, affisso sulla parete nella semioscurità.

...Che sia in anticipo?

Ma non ho tempo per ulteriori riflessioni: con un trambusto micidiale, tra pezzi di calcestruzzo, foglie secche e tocchi di cenere, una grossa sagoma piomba pesantemente nel focolare. Un polverone mi investe, assieme ad un urlo epico. A occhio e croce, causato dalle braci ancora ustionanti.

Una figura scura emerge dalla fuliggine tenendosi il fondoschiena tra la mani. Corre di qua e di là, nel mio salotto, senza accorgersi minimamente di me. Sta imprecando in una lingua che non conosco. Io però sono troppo stupito per fare qualsiasi cosa.

Il ritratto è inconfondibile, da quando siamo bambini sappiamo tutti com'è fatto: una grossa pancia, un'imponente barba bianca, i capelli bianchi non lasciano spazio a dubbi.

Babbo Natale!” esclamo con un tremito nella voce.

Babbo Natale smette di massaggiarsi e finalmente nota di non essere da solo. Mi fissa con due occhi penetranti, poi prorompe:

Ma che Santa Klaus! Sono Karl Marx!

...

“Grazie mille”

Marx ringrazia burbero mentre afferra la tazza di Tè che gli porgo. Io sorseggio la mia, nella ferma convinzione che avrei bisogno di qualcosa di ben più forte. Abbasso gli occhi e esordisco imbarazzato:

Credevo fossi morto...”

L'anziano filosofo si liscia la folta barba con una mano e punta lo sguardo lontano:

“Già...questa è l'opinione di molti...

China il capo e mi sembra di scorgere il peso della Storia che si rovescia su quelle possenti spalle. Che stanno vacillando. Le sue parole sono velate di tristezza:

“Nel nome del comunismo sono state commesse stragi, sono state proclamate dittature, sono stati innalzati dittatori, tiranni hanno strappato il potere al popolo. Non è questo quello che avevo in mente.”

Marx si alza e si dirige verso la finestra. Fissa il proprio sguardo nella notte fredda, nella quale ghiacciati fiocchi di neve turbinano come fantasmi.

“Mi sono sempre rifiutato di prescrivere ricette per l'osteria del futuro. Però non è questo il mondo che avevo previsto. Il Capitalismo si è trasformato. Il proletariato si è assottigliato, mentre la classe media si è espansa e la società non è diventata una piramide come pensavo, piuttosto assomiglia ad una cipolla.”

Mi avvicino al filosofo, e getto anch'io lo sguardo nell'oscurità, mentre soppeso le parole che pronuncio:

“Il Capitalismo ha cambiato forma, ma la sostanza è la stessa: lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è rimasto immutato. Un miliardo di ricchi schiaccia cinque miliardi di poveri, dei quali oltre un miliardo vive sotto la soglia di povertà di un dollaro al giorno. Ma noi cosa ci possiamo fare, non abbiamo potere, cioè non abbiamo soldi. La nostra voce rimarrà inascoltata. È inutile combattere una battaglia persa in partenza.

Marx si volta di scatto e mi pianta gli occhi diritti nei miei. Non riesco a reggere quello sguardo.

“Dunque è questo lo spirito che infesta questo secolo? Un realismo che ha sapore di rassegnazione! Il mondo si può cambiare, non è mai troppo tardi per coltivare una speranza. Noi abbiamo l'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l'uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato e spregevole! Questa è una battaglia persa? Questa è l'unica battaglia degna di essere combattuta! Ho dedicato tutta la mia vita, tutta la mia attività teorica e pratica, alla grande tensione ideale di una metamorfosi dell'uomo e della società!”

Vorrebbe aggiungere altro, ma interrompe il suo slancio e china gli occhi. Sta pensando che forse sono parole inutili, forse sono discorsi inadatti per quest'epoca.

Eppure c'è qualcosa in quelle idee che ha fatto breccia, almeno dentro di me, e mi accorgo che quell'uomo non è affatto morto. La società è cambiata, il capitalismo è diventato più feroce e più subdolo e gli abbiamo permesso di divorare tanti sogni.

Ma non tutto è perduto.

Appoggio la mia mano sulla spalla di Marx. Lui si volta, ci guardiamo negli occhi.

I Filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo.”

E lo trasformeremo!

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categoria:filosofia, attualità, sognare politica
sabato, 22 novembre 2008

salvador-daliTic tac...tic tac...tic tac...

Un orologio.

Tic tac...tic tac...tic tac...

Le Poste di Segrate centro.

Tic tac...tic tac...tic tac...

La marea umana bofonchiante, il piccolo impiegato che la affronta con olimpica lentezza, il proprio turno che si staglia lì, in lontananza, sul limitare dell'infinito: è in momenti come questi, proprio quando non vuole saperne di passare, che comprendo quanto sia centrale il Tempo. Una questione pesante, quasi quanto il pacco (“urgentissimo, mi raccomando!”) da spedire a mia sorella in Scozia.

La noia, specie alle Poste, è strettamente imparentata con il Tempo. Rigiro il pacco tra le mani: ho bisogno di un salvagente che mi salvi dalla situazione! Fantasia, ecco, sì: potrebbe essere un efficace panacea contro la noia che si sta impossessando di me.

E “fantasia” da sempre fa rima con “filosofia”...

Allora mi volto e scorgo, poco più avanti a me, un uomo anziano in tunica e folta barba bianca: sguardo penetrante, fissa intensamente la schiena della signora davanti. Probabilmente lo ha appena superato nella coda. Lui si chiede com'è possibile, ha addirittura tre nomi: Lucio Anneo Seneca! Intanto sbuffa spazientito e si accorge di me. Mi si avvicina, dando finalmente sfogo alle sue lamentele: “Capita sempre così, quando sei la fantasia di qualcun altro: il volgo ti supera adducendo la banale scusa che 'non esisti', per Ercole!”

“Non dirlo a me! - Interviene un alto prelato alla mia destra: in carne, ossa, barbone grigio e pastorale vescovile ecco S.Agostino di Ippona che si districa tra la folla incurante – non c'è più rispetto neppure per i santi!”

“Per forza, Dio è morto!” squittisce un omino dai folti baffoni e le pupille che schizzano frenetiche da un angolo all'altro. Nietzsche ha fatto la sua entrata in scena. Agostino apre la bocca per controbattere con fiero cipiglio, ma alzo in fretta la mano per zittire l'imminente (e poco cortese, probabilmente) diatriba filosofica. Manca infatti ancora un ultimo attore...

“Eccomi qua, scusate il ritardo” eccolo qua, il trafelato Henri Bergson che si inserisce, tergendosi la fronte madida, nel piccolo circolo.

Bene, la giuria è riunita, manca soltanto l'imputato. Tremolante ed impaurito, l'orologio sulla parete si squaglia (Dalì e i suoi baffetti: li scorgo per un attimo) e zampetta fino al centro del circolo con un sommesso ed imbarazzato tic-tac. Si ferma sotto gli sguardi incuriositi, e sospira: “Sono duemila e passa anni che mi interrogate...eccomi qua: io sono il Tempo.”

Agostino lo fulmina subito: “Mettiamo in chiaro una cosa: tu non esisti. Sei fatto di ciò che non è più (il passato), di ciò che non ha durata (il presente) e di ciò che non è ancora (il futuro). Direi che tu esisti soltanto se c'è qualcuno che ti percepisce sotto la forma del mutamento. Il Tempo esiste in funzione dell'anima – batte con l'indice le Confessiones che ha fatto emergere dal risvolto della veste – il Tempo è distensio animi. Per Dio – Nietzsche storce la bocca – il Tempo non esiste: Egli è infatti eternità immutabile. Il Tempo esiste solo per noi creature soggette al mutamento.”

Seneca scuote la testa, poi afferma solennemente: “Stiamo sbagliando punto di vista, credo. Cosa importa in fondo se il Tempo esista oggettivamente o meno! Piuttosto è importante l'uso che se ne fa, la prospettiva morale del Tempo. Secondo il volgo, ad esempio, la vita è breve e il tempo concesso a noi mortali insufficiente. La verità è che non abbiamo poco tempo, ma molto ne perdiamo! Ne sprechiamo a palate, ora facendo male, ora non facendo nulla, sempre facendo altro! Viviamo, affaccendati dalle mille futili preoccupazioni della vita, aggiogati, torchiati dal presente. Il saggio, al contrario, ecco come si comporta con il Tempo: lo riunisce in un tutt'uno e lo investe nel modo corretto, cioè nella ricerca della saggezza. I secoli allora si inchinano a lui come ad un dio! Il Tempo è perciò un discorso morale, prima che fisico.” sentenzia infine.

Nietzsche sogghigna ed afferra la palla al balzo: “Mi piace l'idea del saggio, ma spingiamoci oltre. Per l'oltreuomo il Tempo non è una retta che corre all'infinito, verso una direzione, bensì un circolo, che ripiega eternamente su sé stesso: è l'eterno ritorno, è l'uroburos, il serpente che si mangia la coda. La verità è curva! Il Tempo consta di attimi, tutti al servizio dell'oltreuomo, che li domina e li vive totalmente nella loro dimensione sensuale! Così parlò Zarathustra!”

Dubbioso, Bergson interviene con calma: “Scusate, ma penso che ci siamo scordati di un fattore molto importante! Ci sono due prospettive sotto le quali possiamo guardare il Tempo: da un parte c'è la visione della Scienza, e della fisica in particolare, che presuppone un tempo oggettivo, che può essere misurato, che può essere ridotto a numero e in un certo senso “spazializzato”. Diversa prospettiva è quella della coscienza, che vede il Tempo sotto la forma della durata. Infatti il dato immediato che la coscienza ha del Tempo è qualcosa di continuo, non frammentato, non “parcellizzato”, irripetibile: come in una musica, dove non percepiamo singoli attimi, ma un flusso continuo di note. Se lo spezzassimo, il brano cesserebbe, di fatto, di essere musica. Insomma, riflettiamo su questa distinzione tra tempo scientifico e durata della coscienza!”

Il piccolo orologio sorride con le lancette, mentre pensa che la fisica quantistica ha messo gambe all'aria non solo il senso comune, ma perfino le idee degli scienziati: per una particella elementare andare avanti o indietro nel tempo non è più difficile che svoltare a destra o a sinistra nello spazio!

Lo osservo bene, e penso di comprendere le ragioni di quell'aria così compiaciuta: sa benissimo di essere ancora, dopo secoli di scienza e filosofia, un gran bel mistero insoluto, una di quelle fonti eterne di interrogativi che nessuna risposta riuscirà mai a prosciugare.

Il Tempo è nato? Il Tempo morirà? Il passato esiste da qualche parte oltre alla memoria degli uomini? E il futuro? È già scritto? Il Tempo della Scienza e la Durata della Coscienza sono davvero totalmente scissi o forse sono in qualche modo sotterraneo intimamente connessi? Il Tempo è o il Tempo appare? Se non ci fosse mutamento, esisterebbe ancora o no? Nell'eternità scorre il Tempo?

Il vecchio orologio se ne sta lì, mentre i “saggi” uomini dibattono e litigano sopra di lui.

Il vecchio orologio sta lì, e se la ride...

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categoria:filosofia
lunedì, 10 novembre 2008

gelminiTorno ad occuparmi nella scuola in un momento di grave crisi.

Sono uno studente e il tema mi è assolutamente a cuore e ne sono protagonista ogni giorno. Ma anche se non fossi uno studente, anche se non fossi un docente, ebbene, discutere della scuola sarebbe altrettanto urgente, la necessità di un'idea sarebbe, anzi deve essere, pressante.

Se c'è qualcosa di innegabilmente positivo in quanto sta accadendo in questi giorni è proprio questo: il ritorno del mondo della scuola al centro del dibattito. E questo risultato lo dobbiamo alle tante manifestazioni, alle mobilitazioni di studenti, docenti e genitori che hanno fatto sentire la propria voce, che hanno rotto il muro del silenzio sulla scuola. Favorevoli o contrari, a tutti loro è comunque doveroso un ringraziamento.

A dispetto di qualcuno che ritiene che l'importante sia “laurà”, io sono convinto nella maniera più ferma e decisa che l'istruzione sia il nodo centrale, lo svincolo imprescindibile attraverso cui si discrimina il successo di un Paese.

Perché? Perché l'istruzione dei propri cittadini non è solo un dovere dello Stato, ma è il futuro dello Stato.

Noi giovani siamo il futuro dell'Italia. Sono le nostre spalle che reggeranno l'urto della crisi economica, sono le nostre ginocchia che non dovranno scricchiolare, sarà il nostro sudore a testimoniare lo sforzo di lottare per non soccombere.

Ma come potranno tendersi i nostri muscoli, come saremo in grado di sostenere il pericolo del baratro, come riusciremo a distogliere gli occhi dall'abisso per tornare a guardare in alto, per ricominciare a sperare, come sarà possibile tutto questo se noi studenti siamo guardati con sospetto dall'alto, se noi giovani siamo pesati sulla bilancia per vedere di quanto sfora la nostra istruzione rispetto al bilancio pubblico?

È questo il problema fondamentale della Riforma Gelmini: non è stata partorita come una chiara idea di riforma, di ricostruzione, di rinnovamento. Al contrario essa è una figlioccia della Legge Finanziaria 2008 (Legge 133/08, approvata in ben 8 minuti) del Ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che dall'alto degli scranni della necessità di riduzione della spesa pubblica ha puntato l'indice inquisitore contro il mostro sprecone della scuola, decretandone l' “essenzializzazione”, la “razionalizzazione”, cioè i ritornelli su cui viene intonata la Riforma.

Mi si potrebbe obbiettare che invece l'idea c'è, che dietro alla Riforma si cela un preciso programma di “moralizzazione”: sì, giusto, il ritorno al grembiulino e il rientro fra i banchi di scuola dell'educazione civica, per non parlare del voto in condotta valido per la bocciatura. Effettivamente sono stati provvedimenti molto sbandierati quest'estate. La divisa ha un bel sapore vintage e ben si inserisce nel quadro di idealizzazione del passato (da cui, però, mi raccomando, vanno eliminati l'Illuminismo e simili) e di ritorno alle sane tradizioni del “sangue e terra” che sono il cuore di qualche partito che, cavalcando la demagogia e le soluzioni facili, si è accaparrato alle ultime elezioni il voto di quasi un italiano su dieci. Ogni riferimento alla Lega Nord è assolutamente voluto e deliberato.

Per quanto riguarda l'educazione civica, prevista dal Decreto 137, mi piacerebbe ricordare al Ministro Gelmini che essa esiste già e, precisamente, esiste negli stessi termini con cui verrebbe “re-introdotta” dal DM 137: ovvero, una materia extra da incastrare nell'orario dei docenti dell'area storico-geografica, senza un programma proprio ed un orario definito. Infine, sul voto in condotta, mi domando se sia qualcosa di efficace davvero a livello pedagogico e se serva a combattere il bullismo o se sia un altro provvedimento di facciata con ben poca sostanza dietro.

Ma torniamo al cuore della Riforma Tremonti-Gelmini: i tagli. 87.341 docenti in meno. Per rendere l'idea: è come se scomparissero nell'arco di tre anni i docenti di tutta la regione Lombardia e i loro studenti dovessero essere ripartiti tra le altre regioni.

Quando poi si scopre che pochi giorni fa il Governo, sotto la pressione della Lega Nord, ha stanziato 25 milioni di euro per il salvataggio dell'ippica in crisi*, definita, parola dell'On. Cota “un pezzo della nostra economia [...] e una parte importante della nostra cultura”, viene naturale domandarsi: è questa la scala di priorità del mio Paese? Prima vanno le scommesse sui cavalli, poi gli studenti. Forse è perché ci considerano già tutti asini.

Idea non del tutto sbagliata, almeno per quanto riguarda il prossimo futuro di chi ora sta frequentando le scuola elementari o si accinge a farlo: grazie al maestro unico, imparerà l'inglese da un docente che l'ha a sua volta appena conosciuto, dopo un corso di ben...200 ore! D'altronde, un maestro di lingua inglese, magari madre lingua, è decisamente un esubero insostenibile!

Vorrei mettere in chiaro che non difendo a spada tratta il sistema scolastico attuale, anzi, esso è un sistema carente e i risultati scarsi conseguiti, mi dispiace dirlo, soprattutto al Sud, nei test OCSE da parte degli studenti italiani sono un impietoso segnale negativo sulla scuola nel nostro Paese. L'Istruzione in Italia è un colabrodo che fa acqua da molti buchi, ed è vero che spesso è stato utilizzato come uno “stipendificio” (neologismo molto in voga attualmente), tuttavia nella Riforma Gelmini io non vedo un progetto in grado di risolvere i problemi, né un'idea che ponga lo studente (e non la spesa per lo studente) in primo piano.

Ho esposto nell'articolo “Manifesto per una nuova Scuola” le mie idee riguardo a ciò che la scuola, a mio parere, dovrebbe essere. Vi invito a rileggerlo e a dirmi la vostra opinione. Invito tutti quanti, studenti e docenti, ma non solo, perché il futuro non è di qualcuno, ma è di tutti. Ed è proprio per un futuro che dobbiamo lottare.

*http://www.agicoscommesse.it/writable/datiarticoli/SFocus5.htm


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categoria:attualità, scuola politica
domenica, 02 novembre 2008
lavori-in-corso-2Come forse vi sarete accorti dalle date, è da un bel po' (quasi un mese!) che non scrivo articoli! Mi scuso con i lettori, ma in questi giorni sono molto occupato con la scuola.

Sono stato infatti eletto Rappresentante di Istituto e sono impegnato, con i miei colleghi, in un'importante campagna di informazione sulla Riforma Gelmini e le sue conseguenze. Rimando ad un futuro articolo le mie opinioni in merito, ma se ne volete un assaggio potete vedere questo video all'indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=LwqsDwuYttY.

Comunque vi posso assicurare che nella mia testa si stanno accavallando idee per molti articoli, e vi anticipo qualche argomento futuro: naturalmente la Riforma Gelmini, poi la mozione delle "classi ponte per stranieri" ideate dal Capogruppo della Lega Nord alla Camera Cota, e infine un altro articolo "filosofico" su Hegel...

Tenetevi pronti...

See you soon!
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martedì, 07 ottobre 2008

KantQuelli che, come me, abitano nell'hinterland milanese dalle parti di Segrate, Redecesio o Lavanderie, conosceranno forse la linea interurbana 924 dell'Atm, l'Azienda di Trasporti Milanese. Essa collega il comune di Segrate con la Stazione di Lambrate FS passando attraverso il Villaggio Ambrosiano, Rovagnasco, Segrate Centro, Redecesio, Lavanderie, Rimembranze di Lambrate ed, infine, Piazzale Bottini, dove si trova il capolinea.

Tempo di percorrenza: 30 minuti senza traffico, oltre tre quarti d'ora nell'orario di punta mattutina. Va da sé che in un tragitto così noiosamente lungo, ci si ingegni per passare il tempo.

Un pomeriggio di qualche giorno fa, ad esempio, mi è capitata una strana avventura.

Come innumerevoli altre volte, salgo alla mia fermata (il capolinea!) e mi siedo in un posto libero, attendendo che il carrozzone si metta in moto tra sbuffi, cigolii, ondeggiamenti, tremolii e un vero e proprio concerto di rumori meccanici, immancabile colonna sonora dell'intera tratta.

Il mio sguardo girovaga tra il paesaggio monotono delle vie, rimbalza un po' sui volti di quel minestrone di umanità che, come me, passa le mezz'ore della vita sui mezzi pubblici, ed infine incrocia la smorfia gialla della macchinetta che timbra i biglietti, il cui altisonante nome, dizionario alla mano, è “obliteratrice”.

Sollecitato da quella meccanica visione, infilo la mano in tasca, prendo il portafoglio e ne estraggo un biglietto da ben 1 euro e 55 centesimi (tratta interurbana). Scivolo pigramente fuori dal mio posto e, capitombolando tra uno scossone e l'altro, giungo fino alla bocca inespressiva del congegno.

E lì, dalle anticamere della mente, si insinua nella mia testa una vocina piccola piccola che mi sussurra un dubbio.

Ma, insomma, perché dovrei timbrare il biglietto? Alla fine i controllori sono pochi, e certo non sono in servizio a quest'ora del pomeriggio...dai, oggi non lo timbro e lo tengo buono per la prossima volta. Che male c'è?

Sono immobile davanti alla macchinetta, con questa vocina mielosa che mi impregna il cervello e cola un po' dappertutto, sciogliendo il guscio della quotidianità con la sua insistente domanda. Le sue paroline si infilano nei gangli della mia testa e toccano una cosa molto personale: ce l'abbiamo tutti, anche se non tutti ne siamo ugualmente consapevoli. Si chiama “etica”.

Un nome pomposo, decisamente, ma che entra in gioco tutti i giorni. Ad esempio quando si tratta di pagare o meno il biglietto dell'autobus.

Rinfodero il biglietto e decido di ritornare al mio posto per riflettere bene.

E chi vi trovo ad aspettarmi, accoccolato nel suo metro e cinquanta scarso di statura, con un sorrisetto stampato sul volto affilato e due occhietti furbi e penetranti? Immanuel Kant, in persona!

Mi saluta e con un cenno della mano mi invita a sedermi sul sedile a fianco. Accetto l'invito, gli stringo la mano e cerco un argomento adeguatamente complicato ed oscuro per mostrarmi all'altezza del mio interlocutore. E invece, l'unica cosa che mi rotola fuori dalla bocca, come se fosse stata composta dalla mia lingua senza l'ausilio del cervello, risulta essere: “Ma lei l'ha pagato il biglietto?”.

L'omino sorride, poi corruga l'ampia fronte e afferma: “Domanda interessante!”

Kant si accomoda meglio sul sedile, mi sbircia con sguardo penetrante, e continua: “Beh, insomma, la filosofia nasce anche così! Siamo un po' tutti filosofi, quando abbiamo un problema davanti e tentiamo di rispondervi. Qualsiasi problema è degno di nota, perché ogni domanda è una porta che spalanca un mondo. Ad esempio, guarda qua – Kant mi mostra il suo biglietto: Konigsberg 1864 – Segrate, linea 924, 2008 - anch'io ho il biglietto, proprio come te, e devo decidere se timbrarlo o no. Sono cioè di fronte ad una scelta. Cosa fare? Ci sono varie risposte. Per esempio, potrei obliterarlo perché, se non lo facessi, il controllore mi farebbe la multa. Oppure potrei timbrarlo soltanto questa volta e rinunciare a darmi una regola generale, rimandando il problema alla prossima volta. Ammetto che questa soluzione mi attira, perché così almeno sarei impegnato per le prossime noiose mezz'ore.”

In effetti, quella poteva essere un'idea, annuisco io. Però non potevo farmi sfuggire Immanuel Kant in persona, quindi tanto valeva sfruttarlo un po' per ricavare una norma generale di comportamento. Insomma, su quell'autobus stavo giocando la partita per la mia etica personale. Mica uno scherzo, no? Comunque, Kant aveva già ripreso a parlare, e dovevo stargli dietro, anche perché ormai eravamo già a Redecesio, non mancava poi così molto all'arrivo:

“L'ultima possibilità che di cui ti ho parlato potrei chiamarla massima. Vale soltanto per me, Immanuel Kant, o per te, e non ha la pretesa di avere un valore universale. Però, se esiste una 'legge morale' con cui regolarci in materia di obliterazione di biglietti, non può essere questa la strada da percorrere. Potrei allora optare per una sorta di imperativo, un comando escogitato dalla mia ragione atto a regolare la mia vita. Questa prescrizione potrebbe essere del tipo: 'devo timbrare il biglietto, perché, se non lo facessi, incorrerei nella multa'. Ci sono un sacco di regole morali impostate sulla forma 'Se...devi'. Però sono terribilmente zoppe, non trovi?”

La smorfia dubbiosa dipinta sul mio volto era abbastanza eloquente. Perché un “Se...devi” non dovrebbe andar bene? In fondo, le leggi prevedono sempre una punizione se le si infrange, e inoltre mi piace pensare che alla fine ci sia un premio per le azioni giuste.

Kant annuisce, ma risponde: “Sono cose vere, però un'azione fatta solo perché c'è un premio o una punizione non è disinteressata, ma piuttosto la definirei utilitaristica. E qualcosa di utilitaristico stona con la mia concezione di morale. L'azione morale dovrebbe invece essere autonoma, slegata, insomma 'pura' e completamente 'altruistica'.”

E come dargli torto? Mi sentivo un po' un vigliacco: insomma, non fare qualcosa soltanto perché c'è una punizione non è molto coraggioso. E fare qualcos'altro solo perché c'è un premio mi fa sentire o un'ipocrita o il classico asinello che segue la carota.

Ma l'omino è gioviale e rinnova ancora il suo sorriso affabile:

Rimane un'ultima strada da percorrere: timbrare il biglietto perché è giusto timbrare il biglietto. Sembra un paradosso, lo ammetto, ma il 'dovere per il dovere' è l'unica soluzione davvero altruista e davvero giusta.”

Questa storia del “Dovere per il Dovere” mi suonava molto rigida, quasi un po' troppo rigorosa. E poi come facevo a decidere nella vita quotidiana se qualcosa era giusto o meno? Non l'avevo ancora capito!

Beh, è una risposta davvero lunga, complessa e difficile...e forse non esiste neppure! Però puoi porti questa domanda: 'Se tutti facessero come faccio io, si starebbe bene?' Se nessuno pagasse il biglietto, ad esempio, che ne sarebbe del servizio?”

Borbotto qualche parola smozzicata, osservando il mio famoso biglietto, poi però decido che l'omino ha ragione. Sorrido, mi alzo e oblitero il protagonista di questa storia. Ormai siamo praticamente arrivati, stiamo costeggiando la rotonda di Rimembranze di Lambrate. Però c'è tempo per un ultima domanda: “Tuttavia, avrei potuto sempre non timbrare il biglietto...come la mettiamo?”

Kant mi fissa con i suoi penetranti occhi castani, e poi mi risponde: “Naturalmente. La Libertà è il presupposto di ogni etica. Quindi la Libertà è prendersi la responsabilità delle proprie azioni, la Libertà è agire dopo aver pensato e riflettuto...insomma, la Libertà è faticosa e bisogna sudarsela! Ma, ricordati, che essa rimane il più alto valore umano...”

Fssssh! Le porte si aprono con un fischio. Mi sveglio di soprassalto stropicciandomi gli occhi e mi volto a destra e a sinistra per vedere dove fosse finito Kant. Poi mi metto a ridere e realizzo che è stato tutto un sogno, un buffo sogno dettato dalla verifica di filosofia del giorno dopo. Scendo dalla 924, mi avvio verso la metropolitana e infilo una mano in tasca. Ci trovo qualcosa: un biglietto.

C'era scritto: “Konigsberg, 1864 – Segrate, linea 924, 2008”.

Ed era timbrato.


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categoria:cultura, filosofia
sabato, 20 settembre 2008

razzismoPrime luci dell'alba di una domenica qualsiasi nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Immaginate: il palcoscenico è la Città che lentamente si risveglia, verso le cinque del mattino, è la metropoli che sbadiglia e si stiracchia come un'enorme animale e si prepara, volente o nolente, a gettarsi un altro giorno ancora nella veloce, frenetica sua vita, intreccio delle vite di due milioni di abitanti che sono il suo corpo, le sue vene, il suo sangue.

Centinaia, migliaia di storie nascono, si propagano, entrano in contatto, si allacciano, si allontanano. E alcune si spezzano. Altre, vengono spezzate. Alcune, recise. Con la violenza di una spranga che cala, colpisce, cala, colpisce, cala e colpisce ancora e ancora. E ancora. Finché il battito del cuore di una storia smette di ritmare i respiri della vita – e la spranga ha divorato la vita di un ragazzo di 19 anni.

La storia è quella di Abdul, la spranga è quella utilizzata da un padre e da un figlio che, assieme, l'hanno ammazzato con una ferocia e una violenza terribili.

Il lunedì seguente, i giornali titolavano in prima pagina su questo atto barbarico e dubito che qualcuno abbia potuto ignorare facilmente la notizia, o svoltare la pagina senza porsi, per almeno qualche secondo, delle domande.

Esistono delle notizie che ci sconvolgono, perché toccano quella che reputiamo essere la nostra natura più intima, si scontrano con i nostri

+valori e ci impongono una riflessione su noi stessi, sugli altri, sul nostro rapporto con il mondo. E senz'altro, casi come questi fanno sanguinare la nostra emotività, e la reazione di sdegno passa necessariamente dal cuore. Il sentimento è assolutamente normale, anzi sarebbe pericolosissima un'indifferenza emotiva. Una giusta rabbia, un forte senso di distanza e di deprecazione ci devono infiammare contro atti simili.

Tuttavia, la nostra reazione non si deve esaurire nel torrente di emozioni. Esse sono un'ottima piattaforma di partenza, e spesso intuiamo attraverso il sentimento cosa è giusto e cosa è sbagliato, e non necessariamente attraverso la ragione.

Però è quest'ultima lo strumento che dobbiamo impiegare che riflettere, per analizzare e, soprattutto, per tentare una risposta e commutare eventi terribili in uno sprone all'azione, in una tensione verso la risposta. Limitarci a piangere o ad arrossire d'ira è un errore. Un errore facile in cui cadere, perché, nonostante tutto, ci soddisfa la coscienza e in un certo senso ci fa dire a noi stessi: “La mia parte l'ho fatta. Ora posso pure dimenticare tutto”.

Mi rendo perfettamente conto che con un'opinione simile, che forse apparirà sentenziosa o provocatoria, avrò urtato qualcuno. Ma l'intenzione non è affatto ostile e invito tutti a seguirmi nel ragionamento che segue, posponendo la critica alla lettura totale dell'articolo.

Dunque, il primo aspetto che secondo me dobbiamo notare in questo crimine è la sua dimensione assolutamente straordinaria. Questo è un concetto fondamentale che vi chiedo di memorizzare perché ci tornerà utile più avanti. Parlando di “straordinarietà del crimine”, io intendo affermare che, alla stragrande maggioranza della popolazione, non salterebbe mai in testa né di imitare un'azione simile né di giustificare i suoi responsabili. In altre parole, la condanna è, giustamente, unanime e univoca.

Il secondo aspetto da considerare è la componente razzista dell'aggressione, perché gli insulti di “sporco negro” e simili non lasciano spazio a dubbi. È questo lato che è stato messo sotto i riflettori, scritto in grassetto nei volantini ed è con lo stemma del “no al razzismo” che sono scesi in piazza cortei e manifestazioni, già una a Cernusco sul Naviglio, a cui seguirà una seconda sabato 20 a Milano.

Infine permane un terzo aspetto, e cioè l'assurda ferocia del crimine, la smisurata reazione di due uomini in risposta ad un piccolo furto, cioè un motivo decisamente futile.

Ora dobbiamo cercare di ricomporre l'unità di questi fattori (a cui senz'altro ne partecipano di altri, ma penso che i maggiori siano questi) e trarne un'interpretazione valida.

Partirò con il secondo aspetto, e cioè la supposta matrice razzista e xenofoba dell'aggressione. Io credo che non ci sia alcune dubbio sulla presenza di questa componente, ma non concordo sulla sua preminenza. Per giustificare questa mia lettura, farò riferimento alla straordinarietà del crimine a cui accennavo prima.

Mettiamo anzitutto in chiaro che il razzismo è un fenomeno sociale con una base comune ed una condivisione diffusa da parte della popolazione. Esso scaturisce da molte motivazioni, come il disagio sociale, il senso di pericolo ed insicurezza diffuso, il bisogno di reperire un capro espiatorio, ecc.

Il punto fondamentale è però la natura sociale del razzismo, la sua capillarità, la sua penetrazione nella mentalità comune: il razzismo è un cancro degli ideali che si diffonde silenziosamente, senza clamore, fino a pervertire completamente i valori di uguaglianza, rispetto reciproco, dignità umana e giustizia. L'esito finale di questa infezione è la natura più pericolosa e più difficile da sradicare di ciò che chiamiamo male: ovverosia, la sua banalità.

La banalità del male, il suo essere dato per scontato, il tacito assenso irriflessivo che gli viene concesso. Il sonno della ragione, l'oblio della facoltà critica.

Tutto ciò è l'esatto contrario della straordinarietà, che anzi è percepita subito, perché ovviamente appariscente ed emotivamente coinvolgente.

È per queste motivazioni che non mi trovo concorde nel definire l'aggressione ad Abdul come un esempio tipico di razzismo, o come la spia della diffusione sociale del razzismo. Ripeto, è presente la componente razzista e i due criminali avrebbero avuto più esitazione con un “bianco”.

Tuttavia, non possiamo aspettarci che la sirena d'allarme del razzismo sia così appariscente, proprio perché la natura “silenziosa” di quest'ultimo fa sì che esso si manifesti in aspetti più ampi e meno espliciti della mentalità collettiva.

Aggiungerei anzi che sono proprio il grande risalto mediatico, la mobilitazione delle coscienze e le manifestazioni, tutte azioni che reputo assolutamente encomiabili e giuste, a segnalarci la non condivisione e la non giustificazione di questo crimine. Ricordiamoci però che spesso fatti straordinari come questo ci accechino e mettano in ombra i veri indizi del male sociale del razzismo, a cui invece dovremmo prestare maggiore attenzione e vigilanza, proprio perché di non immediata riscontrabilità.

E infine vorrei far notare che questa lente deformante con cui è stata letta la vicenda ci ha impedito di osservare l'orrore più profondo e disumano di questo crimine, il suo terzo aspetto: dimentichiamoci dell'etichetta di “nero” per Abdul, abbandoniamo tutte le etichette e comportiamoci da veri Cittadini del Mondo, da fratelli nell'umanità. Rendiamoci conto di quanto sia terribile ciò che è avvenuto.

Non due bianchi che picchiano fino alla morte un nero. Non due commercianti contro un disoccupato. Non due italiani contro uno straniero: no.

Sono stati due esseri umani, un padre ed un figlio, che hanno ammazzato senza motivo un altro essere umano, un loro fratello.

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categoria:attualità
domenica, 07 settembre 2008

sogno

Cos'è che ci distingue dagli animali? Qualcuno parlerà del pollice opponibile, qualcun altro tirerà in ballo il linguaggio, qualcun altro ancora affermerà che non c'è alcuna differenza tra l'uomo e gli altri animali, dato che siamo tutti parte del tutto Natura.

Grandi pensatori, da Aristotele in avanti fino ai moderni biologi, hanno tentato di dare una risposta a questa domanda.

Io penso che ciò che davvero ci rende esseri umani sia sognare.

Una risposta scontata? Un po' banale, diranno alcuni.

Mi piacerebbe tuttavia invitarvi a riflettere un attimo sulla portata incredibile del sogno. Innanzitutto, vorrei precisare che utilizzo il termine “sognare” nella sua accezione più ampia e ricca di significato: non mi riferisco soltanto ai sogni concepiti sotto le coperte, anzi, indico soprattutto quelli partoriti alla luce del sole, i sogni ad occhi aperti.

Sognare ad occhi aperti, insomma. Non è difficile a questo punto percepire il coro dei materialisti, le battute dei cinici, gli sberleffi di molti e il dubbio di tanti.

Sognare ad occhi aperti? Un'attività inutile, dispendiosa, che non rende: una perdita di tempo!”: ecco cosa li sento dire. Prima ironici, poi con rabbia pretendono di richiamarti “con i piedi per terra”.

E invece no. Perché a terra si striscia, e invece noi siamo fatti per spiccare il volo e spiegare le ali.

E il motore sono i sogni. La propulsione si chiama fantasia, quel misterioso aspetto della natura umana che sta in bilico sul filo della realtà e si abbandona volentieri al cielo infinito dell'irreale.

Eh sì, perché i sogni sono fatti di questo: irrealtà. Non sono fatti di nulla, allora? Non è così, invece. È questo il lato più fantastico della mente umana: percepisce ciò che non c'è, plasma il futuro, costruisce castelli magnifici su fondamenta inesistenti.

L'arte, la letteratura, la filosofia e perfino la scienza, non sono altro che interpretazioni, costruzioni mentali della potenza sognatrice dell'uomo. Il sognare è la tensione che ci spinge avanti nel fiume del tempo, è la fonte da cui nasce il concetto stesso di futuro e da cui germinano i suoi figli “presente” e “passato”.

Il futuro è quella vaporosa sede verso cui convergono i desideri. E i desideri sono sempre espressioni di un bisogno di un quid che non abbiamo e che, perciò, non alberga nel nostro presente, ma abita nella regione del futuro, pascola nelle ampie distese del sogno.

Tuttavia, ciò che sarà è un incognita. Se qualcuno l'abbia deciso, se il “futuro sia scritto”, nessuno lo sa, certamente io preferirei non saperlo.

E come ogni cosa sconosciuta, l'incertezza del futuro mina le basi della nostra presente sicurezza. Sì, perché in ognuno di noi convivono due correnti: una tensione verso l'ignoto, verso la scoperta, verso il futuro, e un'altra che ci ancora a ciò che abbiamo, al passato, all'immobilità tranquillizzante della tradizione. Chiaramente questa è una semplificazione sicuramente eccessiva dell'animo umano, però penso che renda l'idea e spieghi a grandi linee almeno una parte del conflitto insito, più o meno consciamente, in ciascuno di noi.

Penso che si possa leggere l'intera storia umana utilizzando come chiave di lettura il rapporto tra queste due correnti, il rapporto realismo/sogno: in altre parole, possiamo tentare di percepire lo “spirito di un'epoca” osservando come i suoi abitanti si rapportavano con il sogno, con la fantasia, con l'immaginazione. Con il futuro.

Prendiamo due esempi: il basso medioevo e l'Illuminismo.

Nel basso medioevo la volontà del cambiamento, cioè la tensione verso il futuro, era, prevalentemente, soffocata da un piatto immobilismo, uno stato mentale collettivo che si rifletteva nell'economia di sussistenza, nella ristrettissima diffusione della cultura e in una serie di altri fattori che contribuivano a plasmare un “tipo antropologico” chiuso, tradizionalista, refrattario alle novità e immerso in un costante ed immutabile presente.

Analizziamo invece l'Illuminismo. Ci appare evidente una totale differenza in quello che abbiamo chiamato rapporto realismo/sogno: nella classe intellettuale e nella borghesia si era diffuso un forte ottimismo verso il futuro, una chiara volontà di migliorare la situazione e anche una dimensione rivoluzionaria che è infine sfociata, come sappiamo, nella rivoluzione francese con le sue grandi conquiste e, ricordiamolo, le sue inevitabili contraddizioni.

Ripeto, sono analisi molto generali e senz'altro poco approfondite, ma mi servono per mostrare come la chiave di lettura sia utile ed applicabile, perché essa scaturisce dall'analisi di alcune caratteristiche costanti dell'animo umano, come ho cercato di esporre all'inizio dell'articolo.

Ebbene, se noi ora volessimo volgere la nostra “lente del sogno” verso l'epoca contemporanea, verso il frangente storico in cui noi stessi viviamo, quali conclusioni potremmo trarne?

È doveroso premettere che analizzare l'oggi è molto più difficile che districare lo ieri, soprattutto perché molte informazioni non ci sono accessibili e non siamo nemmeno dotati di quel senso di distacco che ci consente una sorta di volo panoramico sul paesaggio storico, sulla sua selva di eventi e di rivoli che non sempre sono legati dal principio di causa ed effetto.

Detto questo, ciò che mi sembra di percepire è una generale paralisi del sognare. Parlando con le persone, e soprattutto con i giovani, con i ragazzi, emerge un pessimismo verso il futuro, un senso di de-responsabilizzazione (il solito “E che ci posso fare io?”) che è a dir poco inquietante. Se coloro che hanno tutta la vita davanti non provano interesse per essa, chi può farlo?

Se coloro che hanno in corpo tutte le energie non si impegnano per sé stessi, cosa ne sarà del futuro?

Percepisco una deriva intellettuale, un appiattimento, un'omologazione ed una sfiducia in sé stessi molto pericolosi. I grandi mutamenti nell'equilibrio internazionale, l'altalena dei poteri economici, l'ascesa di nuove superpotenze e il declino del vecchio occidente sono tutte sfide che, al contrario, necessitano di nuove energie, di menti fresche e di teste pensanti.

È il momento di svegliarsi. E ricominciare a sognare. Più forte che mai.

postato da: vanghelis alle ore 19:41 | Permalink | commenti
categoria:sognare politica